Si e no


Dal giorno del quarto anniversario del Grande Terremoto, non faccio che aprire e chiudere WordPress. Fisso lo schermo , il cursore lampeggiante che mi dice ” allora, ti decidi a scrivere si o no?” lo mando puntualmente a cagare, e opto per la ben nota crocetta in alto a destra.
Ripiego coscienziosamente il foglio con su scritte le parole che non vi ho detto ( già perché il mio primo amore restano comunque carta e penna) e torno alla vita di sempre.
I giorni passano, la costante incostanza resta.
A distanza di quattro anni, mi rifiuto di ammettere che poco è cambiato. Se possibile, adesso si sta peggio, dal momento che è subentrato il senso di abbandono e desolazione che deriva dal non voler vedere una città non città.
L’Aquila è il set naturale di un Film dell’orrore.
Il foglio l’ho ripiegato anche oggi. Non me ne vogliate. Ci riprovo domani.

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Appunti di viaggio


Sono distratta.
È impossibile , per me, in questo momento, distogliere lo sguardo dal finestrino impolverato del treno.
C’è tutto un mondo, fuori, intento a risvegliarsi e a vestirsi dei colori tenui di una primavera ancora timida e ritrosa.
Lo scalcinato treno monovagone della tratta L’Aquila- Sulmona, arranca sui binari che costeggiano la Subequana e la Valle dell’Aterno, rimandando il mugolio del motore diesel che strattona ad ogni ripartenza.
L’Aterno si incunea tra le montagne, mostra orgoglioso un’acqua riottosa e spumosa per i dislivelli e le strettoie, incurante dei rami spezzati e dei grovigli di sterpi che affollano le sponde pietrose.
Velocemente, stazione dopo stazione, piccole basi solitarie vuote di viaggiatori , mi allontano mentre guardo l’Aterno gonfiarsi . Rivoli sparsi gli portano acqua e lo spingono giù fino al Pescara.
Inspiro. Espiro.
Respiro, nell’attesa di quel varco improvviso che spalancherà la Valle Peligna agli occhi del viaggiatore , dopo le rocce a strapiombo delle Gole di S. Venanzio.
Oltre, l’aria è piena. Ha uno spessore diverso, scivola setosa dalle narici fino ai polmoni: sa di buono.
Sa, di cose normali, di vita quotidiana, di passeggiate per le viuzze del centro, sa di caffè, quello appena macinato in un bar del Corso.
Anche il silenzio, nella stazione semideserta, non è fatto di assenze: c’è, perché la vita, dentro le case, sta riposando.
A L’Aquila, per le vie del Centro, c’è silenzio ed è un vento freddo di case vuote , umide e marcite. Di luci spente.
Comein un cimitero, a L’Aquila c’è il silenzio che viene dall’Assenza di vita.
Spicchi di città, è vero, si intestardiscono nel vestirsi di quotidianità. Mascherano la decomposizione inesorabile e lenta di una bestia morente.
Mentono, sapendo di mentire.
Tornando, l’oscurità profonda nasconderà alla mia vista la conca aquilana e i suoi alberi quasi del tutto spogli, ritardando di qualche breve istante la consapevolezza di riprendere la sopravvivenza solita.
Lascerò sul treno le facce sorridenti e il chiacchiericcio della gente ai tavolini del bar, le chiese aperte e le navate illuminate di candele, i negozi luccicanti, il calore degli amici e tutte le cose con cui mi sono riempita gli occhi, avidamente in questa breve gita fuori porta.
Da stasera, ritroverò lo stesso sguardoo vuoto che accomuna tutti gli A Aquilani.
Buona Pasqua.

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#intermezzo agitato


il brutto della modernità tecnologica è che se scrivi e cancelli e poi riscrivi, non resta che l’ultima parte . Le cancellature ,le frasi scombinate o banali , più banali che scombinate a dirla tutta, abbandonano la bellavista in cima al foglio, piuttosto che in mezzo o di lato, per essere divorate dal cursore lampeggiante di uno schermo.
Questo, per dire che mi è difficile, stasera, trovare parole e sensi adatti, che non abbiano parvenza di maionese impazzita . Quando Egli torna a farsi sentire ( da me, perché in realtà molti altri lo salutano di frequente) immancabilmente di notte, immancabilmente al termine di una giornata in cui ti sei detta “ok. Ce la posso fare. Ok. Pensiamo positivo. ” Ecco. Il mio cervello fa tilt. Non capisco dove sono, cosa faccio, perché minchia sto ancora qui, in una città semovente e agonizzante, perché la mia casa deve avere una torcia e una coperta, in ogni angolo , da afferrare al volo all’occorrenza. Il mio cervello, dal 6 aprile 2009, ha rimosso dal registro dei suoni il rumore del boato che precede una scossa. Io quel rumore non lo sento più: anche se altre 100 persone accanto a me lo sentono distintamente, io avverto una sensazione di sordità momentanea che ovatta ogni cosa.. Mi difendo, come posso, da Lui. Salvo poi, piangerci su. È pesante . Considerare la vita con un ” prima di ” e un ” dopo di “.
Non è propriamente come la scoperta dell’America che divide l’età medievale da quella moderna. Nemmeno come le foto di un taglio di capelli. Il prima e dopo presuppongono un qualche miglioramento di una condizione esistente. Qui invece, non si fa che peggiorare. Gli umori, il sonno , gli incubi, e la sveglia dentro la testa che ti fa aprire gli occhi sempre intorno a quello stesso orario.. Così scopri che in tv , di notte, non c’è un gran che da guardare.
Pesantezza.
Mi sento come una bustina di the lasciata troppo in ammollo.

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” Chi Prima Non Pensa, Dopo Sospira” ( Lettera Aperta a Pacentro, il mio paesello che è tanto bello)


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Ogni qualvolta ritorno al mio paese di origine, Pacentro, mi salta in mente ” Davanti S. Guido ” di Carducci e l’emozione che Egli provava nel rivedere luoghi cari e un tempo conosciuti è tanto simile alla malinconia che mi assale già quando intravedo la sagoma familiare del paese, da lontano, scendendo la tortuosa strada vecchia per Popoli.
Mano a mano che la distanza si assottiglia, il cuore si riempie di tranquilla serenità, i muscoli si distendono, i sensi si rilassano.
Apro sempre, poco alla volta, il finestrino, per indovinare il profumo intenso della mentuccia e della resina dei pini.
E’ bello tornare, sia pure così di rado: non mi preoccupo di riaprire costantemente la ferita per un nuovo abbandono, una nuova ripartenza.
E’ bello tornare, nonostante ogni volta una parte di me resti a vagare tra i vicoli stretti, tra le pinete silenziose e odorose.
L’aver vissuto in posti diversi ha solo arricchito il baule dei ricordi. Nei miei sogni ricorrenti, però, c’è sempre questo angolo di mondo così vicino eppure così distante dal fragore e dalla frenesia della vita moderna.
Nei miei pensieri, c’è sempre l’affetto per tutte quelle persone a me care che vivono o hanno vissuto in quell’angolo tranquillo di mondo.
Da quando, la maledetta notte del Terremoto a L’Aquila, tutto è cambiato, se possibile quei luoghi mi sono ancora più cari, perchè fino ad oggi risparmiati dalla furia di una natura tradita dall’uomo e incurante di esso.

Per questo, per il pensiero continuo e incessante di ciò che potrebbe accadere e di quanto andrebbe perso  non soltanto per me, goccia di acqua in un oceano di persone, per questo scrivo dell’amore per la mia terra che non è al sicuro, forse ancor più in pericolo di quanto non siano oggi L’Aquila o Montereale o La Calabria o L’Emilia.

Roboanti processi alle intenzioni e ai fatti hanno stabilito ( come se ce ne fosse bisogno) che con i terremoti si deve andare cauti, che nessuno può essere tranquillizzato stante una perenne spada di Damocle sulle nostre teste. Per il mio punto di vista , insignificante -personalissimo-singolo, è stato un cercare colpevoli di errori di tutti. Giustizia per morti che non torneranno comunque, per dolori che non saranno meno intensi , ora che la colpa è di qualcuno.  Indietro non si torna.

Se qualcosa deve insegnarci tutta questa triste vicenda è il non ripetere gli stessi sbagli, abitudine purtroppo largamente diffusa.  Siamo un popolo di pigri e imborghesiti che “prima non pensano e dopo sospirano”.

Per questo, per non sospirare e piangere e dire ” avremmo potuto..avremmo dovuto…se avessimo fatto, detto, pensato, agito..” vi dico, Pacentrani, se vi è rimasto un po’ di amore per la vostra terra, per la vostra storia, per i vostri morti, per quelle Torri che per centinaia di anni hanno vigilato sulla vallata e hanno protetto il paese dalle incursioni dei briganti, per il Girone, Il Cinematografo, Il Campanile, La Madonnina, La Villa, Il Convento, Il Colle, La via Di Sotto, La Pietra Spaccata, tutto, per tutto questo, guardatelo il vostro Paese. Guardate le fessure nelle case, le crepe del Campanile e della Chiesa, cogliete i segnali di un abbandono cui si può ancora porre rimedio.  Non fatelo per me, pacentrana emigrata perchè la vita ha deciso così. Fatelo per voi stessi, per i vostri figli, per i vostri nipoti. Per i bambini. Perchè non conoscano mai il dolore, il male che nasce dall’essere impreparati di fronte alla furia della natura. Perchè non sofrrano mai per le ferite di corpo e anima che ne conseguono.

Perchè, anche se la vita non è rose e fiori e non si può tenerli sotto una campana di vetro, almeno possiamo fare in modo che siano pronti ad affrontarla con coraggio.

Quante possibilità ci sono che nessuno si faccia male, in caso di terremoto, in un paese come Pacentro? Quante case resisterebbero, anche se poggiano sulla Pietra Giacinta? Non prendiamoci in giro. Per una volta, invece di bisticciare, unitevi e pensate al vostro paesello, che è tanto bello. Fatelo anche per chi vorrebbe, ma non può.

Imparate dagli errori altrui.

Dagli errori di quegli aquilani che continuano a litigare per spartirsi torta e briciole e pure la carta delle pastarelle e intanto qui tutto muore, se non è già morto, in un’agonia lenta, uno stillicidio di forze, anime, cuori e pensieri.

Dagli errori di quegli aquilani che non hanno più la forza di lottare per far rivivere la loro città e si coprono gli occhi, pietosi, per non vederla più così ridotta.

Dagli errori di quegli aquilani, infine, che hanno scelto di andarsene, per sopravvivere. Se scegliere di sopravvivere, si può chiamare errore. E ora la loro città la sognano, la ricordano, bella com’era pur con tutte le sue manchevolezze e imperfezioni.

Imparate. Impariamo tutti.

Perchè  Chi Prima Non Pensa, Dopo Sospira.

Buone Feste.

#Intermezzo di Constatazione


Si è talmente assorti in una routine che avviluppa e invischia peggio di una ragnatela, da restare immancabilmente stupiti davanti alla constatazione amichevole, ma anche no, del tempo che passa e del fatto che altri, quel tempo, lo spendono meglio di noi.
Cosa si prova poi: rabbia, impotenza, frustrazione, invidia, non so, è un miscuglio di sentimenti che si sommano e poi implodono , per la loro troppa veemenza, si annullano e risucchiano come in un buco nero.. non ce la fanno ad uscire , a scaricare la loro forza attraverso le parole..
Tutto quello che rimane è un diffuso senso di svuotamento, una mancanza di volontà che nasce dall’esaurirsi di quella linfa vitale chiamata passione per ciò che ci piacerebbe fare.
Che carattere di melma, che ho.

Quando il Social diventa (A)Social


Questa mattina, dopo circa 10 giorni di astinenza assoluta, ho ceduto alla tentazione di scorrere le colonne di un profilo facebook. Diciamo che a parziale mia discolpa l’ho fatto per rispondere ad un messaggio di lavoro sulla bacheca della nostra pagina aziendale. E ora mi sento in colpa come non lo so nemmeno io . Ho deciso , giorni addietro appunto, di interrompere ogni legame con i social network. Perchè sono un problema. Perchè creano dipendenza e trovano terreno fertile in quelle persone come me che lì ( dico lì come se fosse un luogo reale, il primo segnale di una distorta percezione delle cose) si rifugiano credendo di lasciare fuori dallo schermo la vita con i suoi problemi , le difficoltà. Facebook è un luogo per persone struzzo che vogliono inconsciamente nascondere la testa sotto la sabbia. Non dico che sia per tutti così. Per molti. Per me. Quando finalmente sono riuscita a cliccare sulla fatidica scritta “disattiva account” ( beninteso, dopo aver scaricato la copia dei miei dati come se staccando perdessi qualcosa di prezioso, cioè la mia mente scaricata su web negli ultimi 4 anni) ho avuto una sensazione di vuoto nello stomaco. Di mancanza. Di frenesia per non sapere se qualcuno mi avesse cercato o scritto o nominato o taggato o sfanculato. Ho trascorso le giornate a dimenticare apposta il cellulare da qualche parte , ben distante da me, per non cadere nella tentazione di ” puoi riattivare il tuo account in qualsiasi momento inserendo la tua mail e la tua password”. Io non voglio riattivare nulla. Lasciami in pace. IO non ho firmato un contratto col sangue per cui ho la possibilità di interromperlo quando cacchio voglio. Se ti dico disattiva, tu mi CANCELLI. Non mi conservi da qualche parte nelle pieghe del web. Facebook è gratuito e lo sarà sempre. Niente affatto. Perchè l’ho pagato caro. La mia sanità mentale e la mia libertà valgono ben più di un sito web che spilla miliardi in borsa vendendo FUMO.
Adesso, non credo sia questo il luogo per perdersi in disquisizioni su quanto possa essere labile la (mia) mente umana o quanto facilmente influenzabile o quanto più propriamente una persona possa essere imbecille da preferire un “mi piace” ad una stretta di mano o a due chiacchiere davanti ad una tazza di quellochevipare.
Adesso non prendetevela voi che state su faccialibro dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina con la scusa che gli amici sono lontani e non ci si vede più così spesso perchè pure i contatti li aggiungete a volatile di quadrupede canino. E ci passate pure la pausa pranzo, smollicando un tramezzino sulla tastiera e rovesciandoci il caffè per poi venire in negozio a lamentarvi perchè non i tasti non rispondono .
Perchè questo è uno sfogo mio personale, roba mia che non è diretta a nessuno in particolare all’infuori di me stessa. Per cercare di smorzare il senso di colpa di stamattina e la rabbia derivata dalla consapevolezza dell’incalcolabile valore del tempo che ho perso rubandolo al lavoro a mio marito e a mia figlia .

Tutto qua. O quasi.

 

#intermezzo quasi intero


Servono sempre dei colpi molto duri per farci svegliare, in pratica fin quando non c’è la collisione con il pavimento o con il muro ad affermare senza ombra di dubbio ma con molto dolore che i due succitati non si spostano di un millimetro, mentre noi attendiamo sanguinanti che qualche anima pia venga a raccoglierci con il famigerato cucchiaino.

Errare è umano ma perseverare è alquanto diabolico.

Speriamo di aver imparato.

#Intermezzo dolce


Riordinare la cucina, dopo cena, quando non aspetti altro che chiudere gli occhi su una giornata ingarbugliata di pensieri, è solo questione di movimenti meccanici e ripetitivi, senza troppa poesia .
Non ti aspetti niente altro, nessuna sorpresa, nessuna emozione.
Nel corridoio soffia il vento fresco , dal sapore di pioggia ed erba bagnata, che si infila in casa dalle due finestre opposte.
Profuma di fine estate, porta silenzio.
Nella quiete senti un papà raccontare ad una bimba sognante , una favola di stelle e fatine.
E pensi che si può essere felici.

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#Intermezzo Marino 2


Amo talmente il mare da finire per odiarlo. Deve essersene accorto, ripagandomi con un’aria minacciosa , onde spumose che sembrano i denti di un pescecane.
Morde la sabbia del bagnasciuga fino alla prima fila serrata di ombrelloni sgargianti .
Ricaccia via tutta la gente accaldata che lo affronta in cerca di sollievo alla canicola d’agosto.
Il tuo profumo, però , non puoi prendertelo indietro. Quello resta incollato alla pelle, insieme alla sabbia scura, avvolge e inebria , ammalia e strugge in languida malinconia per l’estate che scivola via.
Respiro , profondamente.

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Pontedera, 30 marzo 2009


La mia camicia è sgualcita. Le mie camicette sono sempre sgualcite mentre, ovviamente, la tipa seduta al mio fianco pare uscita poco e anzi dalla stireria. Probabile che si sia fatta passare il ferro a vapore con indosso i vestiti. Fortuna ha voluto che , per salvare capra e cavoli, io avessi con me un golfino grigio da mettere su. L’esperienza aquilana delle fredde primavere di fine marzo , insegna.
Qui a Pontedera serve a non far notare troppo le pieghe. In compenso, ho un caldo da crepare.

Sono gonfia, stanca: il relatore snocciola dati, percentuali di vendite, quote di mercato, importanza del valore aggiunto. So solo che ho fame, dopo una fila come alla posta per spiluccare gli avanzi di una specie di buffet misto tra tartine cadute per sbaglio nella maionese e qualche mestolo di pasta fredda. Penso, anche, che mancano ancora due ore prima di ripartire per L’Aquila.

Non ascolto più il relatore, potrebbe perfino essere cambiato non ci sarebbe grossa differenza.

Le mie scarpe hanno i tacchi. Le guardo come a vederle per la prima volta. Ièri sera le ho trovate incredibilmente comode, adesso sono letteralmente insopportabili. Il caldo, in questa specie di soffitta mascherata da sala riunioni, è insopportabile .

Percepisco l’aroma dolciastro di quella brodaglia calda ,che qualcuno ha definito vino, salire dal bicchiere: in ogni caso, la sua funzione di tenere impegnate le mie mani è assolta in modo soddisfacente .

Ancora un’ora: mi sembra di aspettare la campanella liberatoria di fine lezioni, come al liceo . Non posso tirare fuori il mio Nokia. In realtà , non provo il minimo interesse per quello che un tizio in completo blu dall’aria costosa, va blaterando. Cerco invano di assumere un’espressione partecipe e mi ritengo libera di pensare ad altro. Credo di essere in buona compagnia, perché lo vedo inarcare un sopracciglio, massima espressione del suo disappunto: probabile che sia abituato a parlare al vuoto di una platea indifferente.

Il trillo di un cellulare è il diversivo che aspettavo, qualcuno si alza, chiede scusa,esce. la mia mano corre a prendere il Nokia. E trovo il display illuminato da una chiamata che non avrei mai preso diversamente, col silenzioso inserito.

È Valentina. La mia amica.

Guadagno l’uscita, ci sentiamo spesso , io e Vale, per spettegolare del tipo che lei non ammetterà mai di amare ancora.

Ciao, le dico, al sicuro nel corridoio, non potevo parlare, le dico, sono in una riunione.
Sorrido.

Vale non è Allegra, oggi. È spaventata.
c’è stato un terremoto molto forte, a L’Aquila , poco fa. Ho immaginato un vento caldo percorrere le strade e le vie deformate nel calore.
Mi sento sempre più stanca e gonfia. Le scarpe mi fanno malissimo e ora anche lo stomaco.

Vale è spaventata. Io preoccupata. Figuriamoci, mi preoccupo per una mosca che gira nella stanza. Gli istanti, le parole, sono più o meno nitidi: le dico di stare tranquilla , di uscire, se ha sentito gli altri. Non ci credo nemmeno io. Gli istanti sono nitidi come la mia camicia bianca sgualcita, e l’odore del vino.

Resto in corridoio a scorrere la rubrica , a fare chiamate di rito, a sentirmi rispondere che è stato forte e strano.  Però , mi sono sentita rispondere. Quindi stanno tutti bene, ho pensato, tornando al mio posto.

Evito una cazziata da mio marito buttando avanti la notizia. Adesso è lui a fare le telefonate di rito.

Ma so che ha voglia di tornare a casa. Subito. .

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Fare ordine


È una cosa di cui non sono mai stata veramente capace. Ci provo, mi applico, mi stanco. La mia vita è sempre e comunque incasinata . L’Aquila non mi aiuta: qui per mettere in ordine ci vorranno decenni. Cosicché , il mio disappunto per un modo di essere difficile da cambiare, non può che crescere in modo esponenziale.
Dovrò aspettare che trovino la cura.
Spero prima dei Maya.

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#Intermezzo sabatopomeridiano


In giro c’è sicuramente più polline che gente. Come ogni sabato pomeriggio , a quest’ora, L’Aquila è sonnolenta e pigra. Stasera un concerto degli Afterhours , che io ovviamente non so chi siano, porterà scompiglio tra le ossa rotte del Centro. Ricorderanno una giovane vita spezzata questa mattina a Brindisi. Ricorderanno che ballare ridere scherzare è il dovere dei ragazzi di sedici anni. Non morire. Quando saremo capaci di dire basta?

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Gli occhi per non guardare


La calura estiva si fa attendere. Il caldo stabile delle vacanze intendo. Quello delle giornate piene di sole e vuote di vento e nuvole. Ogni tanto, come oggi, il caldo si ricorda di noi, e si affaccia giusto il tempo di farti riordinare l’armadio, poi tanto di cappello ed ecco che torna la neve sull’orlo del Gran Sasso.
Questa è , anche, L’Aquila .
Oggi , come ièri, come domani, la strada che porta dove lavoro , ha segnato l’ennesima giornata di solitudine. E non c’è’ niente peggio di una strada sola e abbandonata. Si può camminare indisturbati , saltellare sul bordo sbrindellato del marciapiede, fermarsi e stare in ascolto , sperando di percepire un rumore, un soffio di vita , fosse anche una lucertola nel suo sgusciare tra le fessure di un muro. Si può oltrepassare un cancello vietato, in pieno giorno, e ritrovarsi in una via polverosa e morta, tra portoni sfondati e violati dagli sciacalli. Catene rotte al posto di serrature. Un cestino di fiori finti , nell’androne scoperchiato di un palazzo che di antico ormai ha solo il dolore. La polvere, anche oggi, mi prende alla gola. Sono scappata. Non correndo, ma con un passo svelto e affannoso, trascinando polvere attaccata ai vestiti, tentando di non posare oltre lo sguardo su vie morte.
Ho capito perché molti non vengono più qui. In centro.

Gli occhi non sono fatti per non guardare.

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#Intermezzo Lavorativo


Stare dietro una scrivania sommersa di carte penne ricevute. Sgabello scomodo, sgabello traballante. Anche la radio, in sottofondo, è quel rumore in più che non allieta ma disturba. Fuori c’è sole , vento caldo, silenzio . La periferia del centro riconquistata da piante e sassi, è lo sbadiglio di una città assopita.
Sogno o son desta?

#Intermezzo2


Certe volte penso che, trovarsi in un posto affollato e rumoroso, sia la soluzione ideale per rimanere soli con se stessi.
Il frastuono che circonda e inghiotte, sovrasta il rumore dei pensieri.
Li spegne.
Ogni tanto, questo, per chi vive una città non città , dove perfino i pensieri hanno uno strascico di Eco tra le vie interrotte , è linfa vitale per una mente stanca .
Certo, è possibile che si debba sopportare un leggero mal di testa postumo.
Come mi ha detto qualcuno, il lato positivo, che esiste in tutte le cose, è che se ho mal di testa molto probabilmente ho anche una testa.
Scusate se è poco.

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Triste è Chi Rimane


Ho Molto da dire. Da scrivere. E’ tutto chiuso a doppia mandata da qualche parte, chissà dove, dentro di me. Al riparo da tentazioni di storie banali e ritrite che andrebbero solo ad imbrattare le pagine mobili di un blog o di qualsiasi altra diavoleria tecnologica dell’anno del Signore duemiladodici. Perchè ho anche una pessima grafia, da tirare schiaffi, spigolosa e disordinata, degno risultato di una mente altrettanto caotica, ragion per cui mi nascondo , spesso, dietro una tastiera.

Scrivo in fretta, cancello, riscrivo. Poi volentieri scaraventerei giù dal balcone fogli e penne. Le frasi brevi e spezzettate alla fine irritano il mio sistema nervoso.

Ho molto da dire però. Da quando una notte, di notte, ho lasciato brandelli di una vita tra le pareti spiegazzate e incrinate di un appartamento nell’assolato e tranquillo quartiere di S. Elia. Non sono ancora tornata, a casa mia. Alla faccia di tutti i discorsi ipocriti che sento sul volere rientrare a casa, perchè adesso siamo socialmente stressati, emarginati, esiliati. E tante belle parole sull’aver perso i propri riferimenti, le proprie abitudini, e la spesa al mercato di Piazza Duomo, e il caffè per il Corso, e l’Edicola ai Quattro Cantoni, e i Grissini Caldi a Piazza Palazzo, il fischio del treno, i vicini rumorosi, gli ingorghi all’uscita delle scuole, e il parcheggio a Piazza del Teatro.

Mi importa di tutto ciò? Riesco , per una volta, riusciamo tutti, ad essere sufficientemente sinceri da ammettere che la paura, la voglia di non vedere siano più forti di qualsiasi pensiero malinconico e struggente di nostalgia?

Ecco, perfino il vento mi chiude lo stomaco. Specie se lo senti ululare nel silenzio della notte, contando gli scricchiolii degli infissi e sperando sempre che sia solo il vento e non qualche riecheggiare di boato che vorresti aver rimosso dalla tua testa.

Impiegherò del tempo, lo so, ciò che conta è riuscire a buttare fuori questo macigno di parole irrequiete che si diverte a giocare a shanghai con le mie budella.

Vedete, a L’Aquila non c’è stato un solo terremoto. Ce ne sono stati almeno 70000. Uno per ciascuno. Ognuno diverso dall’altro. Ognuno vissuto piangendo o pregando o morendo. Che poi forse , in molti casi, è andata peggio a chi è rimasto, e aggiungici il rimorso per non essere affatto dispiaciuti di essere rimasti, misto alle sofferenze e al senso di vuoto che assillano i vivi.  Il tempo non è medicina sufficiente. Non c’è cura, solo un’accettazione rassegnata e sottomessa ma rabbiosa delle cose e dei sassi, tutto volutamente ignorato nella finta normalità delle giornate e dei giri in macchina.  Guardo, ma non vedo, con i finestrini chiusi per non respirare l’odore della polvere marcita.

Chissenefrega. Io ho paura. E lo dico. Un modo come un altro di esorcizzare incubi e ansie ricorrenti, molto meno costoso di boccette di ansiolitici.Forse più scomodo, perchè permette agli altri di giudicare il livello del mio esaurimento.

Comunque, ho sempre il mio sorriso gratis stampato sul viso. Non mi costa nulla, davvero, e forse fa bene anche a voi. Anche peccare di presunzione pare sia gratis, in questa vita.

Che differenza volete che faccia, da tre anni a questa parte, un sorriso amaro in più?

Libero Spirito


Il sole inganna. Quel cielo azzurro e pulito, con le nuvole sparse di panna montata, sa di dolci tepori e di profumo di erba tagliata. Le aspettative invitano al passo lento , al respiro profondo , con le mani in tasca e lo sguardo che spazia , fuori dalla prigionia del chiuso .
Il confine della porta scopre invece la realtà delle cose. Il soffio lieve del gelido vento di Gennaio, le foglie secche e marcite ai bordi del marciapiede, tappeto consunto di tigli nudi.
Lascio che i passi mi conducano per vie silenziose , lascio gli occhi ferirsi negli intercalari di mura screpolate e ornate di piante selvatiche.
Il respiro del vento ha con sé voci sussurrate, anime che bussano alle porte sospese tra mura assenti. Non spiriti liberi , essenze incatenate e colpevoli di vite interrotte a metà.
Il rumore dei passi risuona nitido in questi spazi deserti. Forse non potrei essere qui. Forse non dovrei essere qui a cercare posti dimenticati da tempo. Forse, è giusto accettare nuove abitudini e tralasciare rimpianti. Rendere libero lo spirito di vivere ancora. Come si fa, però , se lo spirito è proprio in queste vie desolate e solitarie?
Giochiamo a nascondino con i nostri fantasmi, in una rincorsa eterna perché nessuno verrà a fare tana libera tutti.
Sarà il nostro destino di Spiriti liberi a metà .