#intermezzo lunghissimo


Carta e penna. Restano sempre le cose che preferisco. Così dimentico che c’è altro. 

Ho percorso chilometri e chilometri provando a guardare con occhi nuovi, ma come ha scritto mia figlia in un tema pochi giorni fa, in terza elementare, davanti a me ho ancora ” una strada come una lunga linea verso la felicità ”

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Sperone ( Gioia dei Marsi) Borgo Fantasma


Sole e silenzio. 

Le pietre non parlano ma raccontano: il tempo, la vita trascorsa, la morte, l’abbandono. 

Le pietre non parlano ma lasciano che sia lo sguardo ad accarezzarle e a scoprire frammenti di ricordi, di presenze, di abitudini quotidiane portate altrove, di respiri e odori e sapori.

Il cielo, anche qui, abita le case. 

Le ha occupate con prepotenza e violenza in un giorno lontano, giù nel 1915, quando la terra tremò e distrusse. 

Avezzano, la Marsica. Già private di un lago, poi private della vita e della gente con le loro storie. 

Sperone marcisce. Oggi. Paese Fantasma. 

#intermezzo di posti da visitare: Borgo Incile – Ex Lago Fucino


Il sistema di chiuse realizzato nella seconda metà del 1800 dai principi Torlonia,  che permette di deviare il corso del fiume Giovenco e ha consentito, 2000 anni dopo il tentativo dei Romani dell’Imperatore Claudio, di prosciugare il Lago Fucino

Un thé, le ferratelle, e quattro chiacchiere con Frate Nicola Roccioletti


Nicola Roccioletti alla conferenza di presentazione della Processione del Venerdi Santo all’Aquila
Freddo. Fuori era ancora freddo. Un lunedì pomeriggio di inizio marzo,il sole già sparito, le macchine in fila intorno la Fontana Luminosa, in centro all’Aquila. A passo svelto, superai la colonna di auto in coda per entrare nell’atrio dell’Hotel Castello e realizzare quella che era la mia prima intervista da aspirante giornalista. Ad attendermi c’era Nicola Roccioletti al secolo Fra Salvatore, fondatore della moderna Processione del Venerdì Santo aquilana. 

Nicola Roccioletti è morto ieri sera. 

94 anni senza dimostrarli, lucido, allegro, gioviale. Quel lunedì si accompagnava con un bastone dal manico lavorato. Gli occhiali da vista con la montatura dorata. Ho pensato, istantaneamente, vedendolo arrivare, che assomigliava a mio nonno Lelio e la tensione, l’ansia da prestazione si sono allentate. 

“Ma lei chi è signorina? Chi la manda? Ah bene bene, lo prende un thé? Io prendo sempre il thé con due biscottini. Adesso ce lo facciamo portare”.

Senza aspettare la risposta a nessuna delle domande che aveva appena finito di pronunciare, Frate Nicola fece, dispose, chiamó, ordinò. E poi, davanti le tazze fumanti, ( lui non bevve la sua) inizió a parlare, fluendo come un fiume. Oltrepassando senza curarsene le domandine che diligentemente avevo appuntato in agenda credendo di far bene. Invece, quando davanti hai una enciclopedia di vita quale è un vecchio di quasi cento anni, puoi solo fregartene di domande e schemi e regole e metterti ad ascoltare. 

Cercai di vedere con i suoi occhi: il viaggio da Chieti con la statua del Cristo Morto presa in prestito dalla Confraternita locale, avvolta nelle coperte di lana, quelle marroni delle caserme, con le righe bianche e i buchi dei tarli. Il Cristo sistemato alla meglio tra i bagagli sul tetto della corriera. 

La determinazione nel voler ricreare la Processione del Venerdì Santo All’Aquila, un rito scomparso secoli addietro. 

L’intuizione di scegliere un’artista tormentato come Remo Brindisi che trasferì il suo contrasto interiore nelle statue da usare come simulacri rendendole crude, dolorose, umane.

Più parlava però, più divagava. Raccontava di sé, della sua fede che non l’aveva mai abbandonato nonostante non vestisse più ufficialmente il saio di francescano. La fede è  una  cosa che ti porti dentro, o c’è o non c’è. È quel tentativo dell’uomo di affacciarsi alla finestra dell’infinito e voler guardare oltre. È qualcosa che può anche  spaventare, ma chi ce l’ha,forse, ha una forza in più. E pensai a Celestino V e alla sua grande forza di uomo. Uomo di fede incrollabile. Uomo di forza sovrumana. 

Frate Nicola, mi piaceva e mi piace chiamarlo ancora così, mi disse, tra le tante cose :” ero a Milano e facevo sempre lo stesso sogno. Una luce intensa. Un volto. Quello della Madonna. E io vivevo le mio giornale con il pensiero di trovare quel volto che mi stava chiamando. La trovai, per caso, in una chiesetta nei paraggi del Duomo. Era il volto che avevo sognato tutte le notti per mesi. Ci ero passato per caso, in quel vicoletto, davanti quella chiesetta. E allora capii che niente accade per caso. Io dovevo passare lì. È stato uno dei giorni più felici della mia vita”. 

Lo ascoltavo raccontare. Pensavo a tante cose che erano successe, pensavo che ogni avvenimento mi aveva insegnato qualcosa. Nel bene o nel male. 

Salutai Roccioletti con una intervista fiume di due ore registrata sul telefono (non volevo perdere nemmeno una sillaba mettendomi a scrivere). Con un senso di calore nel cuore, perché mi sembrava di aver chiacchierato e preso un thé con quel nonno che mi aveva lasciato anni fa. 

E ieri sera, una telefonata, mi ha lasciato tanta malinconia. Mi sento fortunata però. 

Buon viaggio Fra’ Nicola. 

Ero troppo piccola per un giro in moto. (Nassirya 27Aprile 2006)


In un paese piccolo ci si conosce tutti. Per nome o più spesso per soprannome. Anche se la vita ad un certo punto di porta lontano dai posti che continui a chiamare casa, quando torni, non importa dopo quanto tempo, anche i muri sanno chi sei. Le torri, il campanile. Il convento.  La gente. 

Ieri pioveva a secchiate. Acqua insistente e fredda che ha coperto tutto. Poi grossi fiocchi. E il Monte Morrone tutto bianco di neve e verde di pini. In un giorno così, ricordare viene facile, perché i ricordi sono in ogni angolo e la pioggia non riesce a lavarli via, li pulisce, solo, li rende più nitidi. L’assenza diventa presenza malinconica e ingombrante nella mente e nel cuore. 

Avevo si e no 12 anni, caro Franco, quando tu tornavi da Bologna con la tua moto bianca rossa e blu, e tutte noi ragazzine volevamo fare un giro sul sellino, senza casco perché tanto andavi piano, percorrere la piazza poi il Carbonaio, poi il Girone su fino al Castello. Sentire il vento in faccia, tremare di paura e adrenalina per quella “cosa da grandi” e il rombo del motore e la comare che ci avrebbe visto e rimproverato “mo’ lo dico a tua madre”. 

Tutte in fila, per il giro sulla moto. Ma io ero troppo piccola e non mi facesti salire. 

E forse a me le moto piacevano più che a tutte le altre. 

Sorridevi. Sempre. 

Dieci anni fa ero seduta alla mia scrivania. Sul pc la notizia di un grave attentato in Iraq.  Un altro. Altri morti, altro sangue. Amarezza.  Poi un nome troppo familiare per potersi sbagliare. Una foto che ha tolto i dubbi. Il paese tutto che affolla la piazza e le vie  e ti ha accolto con un applauso. 

Ma perché non mi hai fatto fare quel giro in moto?

Ciao Franco.