Sei anni che sembrano seimila


Avevo deciso di non scrivere altro, perché è stato già detto tutto. Su questa notte di sei anni fa, sul Prima e sul Dopo. Ho dormito malissimo stanotte, come tanti, come dormo pressoché da schifo da sei anni a questa parte. Magari non più tutta questa insonnia come i primi tempi in cui bastava chiudere gli occhi e le pareti riprendevano a girare, il letto a muoversi pure se non era vero. Magari ogni tanto una risata in questi sei anni c’è scappata pure. Una cena con gli amici, un aperitivo, un cinema. Il cinema c’è di nuovo da tempo. Anche tanti bar, pub, locali dove avvinazzarsi, ci sono da tempo. Ci si ubriaca tra un puntello e l’altro, una impalcatura e una casa sfondata. Forse viene meglio la sbornia se si hanno davanti agli occhi i resti di quello che era una città normale. Poi ci sono i palazzi antichi restaurati. Ne sono sempre di più. Belli, puliti, lisci. Non hanno quell’aria di vissuto propria di una città che vive. Non sono più consumati dalle schiene dei ragazzi che si appoggiavano alle mura con le mani in tasca ad aspettare gli amici e poi si va. Al Tropical in via Delle Aquile, c’è ancora una casa senza mura nè tetto nè niente. Non lo so nemmeno dove si è spostato, “delocalizzato ” il Tropical. Le case nuove, i palazzi, le Chiese restaurate, piano piano pianissimo ogni giorno un pezzettino in più in quell’oceano di cose da sistemare. Forse quando tutto sarà nuovo e pulito, si deciderà a tornare anche la vita. Che c’è eh, per carità. Ma secondo me non è troppo convinta. Nemmeno lei.
Sei anni.
Per me erano troppi pure 23 secondi.

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DON CAMILLO, PEPPONE E QUEL TRENO CHE PASSAVA DI QUA


E’ bello osservare, scrutare, scoprire. Questo  è successo un giorno mentre guardavo per l’ennesima volta il film Il Ritorno di Don Camillo. Non ci avevo mai fatto caso, allo sfondo dico. Era un paesaggio brullo come tanti. Da quando vivo a L’Aquila, alcuni paesaggi sono ormai noti e uno di questi l’ho trovato in questo film. Non ho scoperto nulla, in realtà, il Paese di Rocca di Cambio che ospitò le riprese del film ricorda spesso l’evento. Però fa sempre piacere trovare un pezzo di Terra nostra, dove meno ce lo aspettiamo.  

doncamillo

Il profumo dei tigli ha qualcosa di magico: riempie l’aria di note dolciastre, inebria, distrae. Interrompe per un istante il corso dei pensieri. Così, capita che, nel frastuono della trafficata statale verso San Gregorio, tenendo i finestrini abbassati questo profumo si intrufoli nell’abitacolo della mia macchina rovente e con esso arrivino, improvvisi, i ricordi.

Immaginare, ricordare, sono cose che richiedono quiete. Mi fermo, senza stare lì a pensarci troppo. Sono nella piccola stazione di Paganica, i treni mi hanno sempre trasmesso una dolce sensazione di indefinito, di arrivi e partenze per chissà dove.

Stavolta, uscendo sulla banchina semi deserta, nel silenzio della campagna torno indietro nel tempo, chiudendo gli occhi, fino a un giorno imprecisato dell’inverno tra il 1952 e il 1953. Questo sole, che adesso picchia a martello sulla testa della gente, in quell’inverno lontano illuminava pallido uno stuolo di personaggi insoliti per questi luoghi aquilani.

Personaggi tra cui spiccavano un certo Fernand Joseph Désiré Contandin dettoFernandèl, un tal Gino Cervi e un regista di nome Julien Duvivier. Sto citando una parte del cast del secondo film della saga don Camillo, Il ritorno di don Camillo.

Delitto e Castigo, recita Guareschi nel suo Mondo Piccolo: don Camillo lascia mestamente la sua amata terra, spedito in esilio montano dal vecchio vescovo, a causa del suo temperamento burrascoso. Delitto e Castigo: Don Camillo parte, siede sconsolato nei vagoni  spogli di un treno a vapore. Fate caso, nel film, a ciò che Don Camillo/Fernandèl osserva scorrere dal finestrino.

Non è Brescello. Non è la grassa terra della Bassa Parmense. Si può distintamente riconoscere la nostra campagna, la collina del convento di Fossa, i filari spogli dei pioppi, le cime imbiancate del Velino-Sirente. Don Camillo è qui.

Come luogo del suo esilio, il paesino sperduto tra le nuvole, Julien Duvivier, regista attento e scrupoloso, sceglie Rocca di Cambio, cosa nota ai più. A me, invece, sorprende e meraviglia  scoprire e riconoscere un pezzetto della campagna aquilana di allora. Un Mondo Piccolo fatto di terra brulla che a seminare grano vengono su sassi.

Non so dire, pur avendo cercato in lungo e in largo, se la stazioncina dove don Camillo scese fosse proprio questa piccola Stazione di Paganica. So solo che per qualche tempo, quel pretone di campagna, dal cuore buono e mani grandi come badili, e il sindaco Peppone, il comunista che si toglieva furtivo il cappello passando davanti la porta aperta della Chiesa, sono stati qui.

Lo sbuffare della littorina a gasolio che arriva stancamente in stazione, mi riporta alla realtà. I tigli profumano, l’animo è inquieto. Ci sarebbe davvero un gran bisogno oggi, mi dico, di due tipi come Peppone e Don Camillo. Non credete?

Avevo voglia di un caffè


Per raggiungere a piedi il bar più vicino, partendo dal nostro negozio, bisogna attraversare i vicoletti e le stradine del Centro, passare sotto i ponteggi, evitare i cancelli e le zone ancora rosse dopo 6 ( sei) anni. Ogni tanto tapparsi naso e bocca per non respirare, o illudersi di non farlo, polvere e altro.
Questa in foto è Via Porcinari, il proseguo di Via Garibaldi, traversa che incrocia il Corso stretto. Oggi.
Intanto leggo qua e là di progetti ambiziosi per demolire un viadotto che forse è l’unico pezzo di città cui il terremoto ha fatto un baffo. Perché c’è bisogno di farlo nuovo. Nel mentre  però è chiuso, da sei anni. Tanto possiamo fare il giro lungo, no?

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PALAZZO CAPPA CHE RINASCE, UN INNO ALLA VITA DA CELEBRARE IN MUSICA


Ingresso e cortile interno di Palazzo Cappa. Per gentile concessione del proprietario.

Ingresso e cortile interno di Palazzo Cappa. Per gentile concessione del proprietario.

Si tratta del secondo articolo pubblicato nel blog C’era una volta L’Aquila. Palazzo Cappa si trova tra Via Garibaldi e Piazza Santa Maria di Paganica, nel cuore del Centro Storico aquilano, ed è stato uno dei primi palazzi ad essere tornato agli antichi fasti dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’inaugurazione si è tenuta nel maggio del 2014 con un piacevolissimo evento musicale diffuso.  ( segue foto)

 

A piccoli passi, senza fretta, si può salire da viale Duca degli Abruzzi , passando per piazza San Silvestro , e raggiungere quell’angolo affacciato su via Garibaldi anticamente chiamato Case Ardinghelli.

Lì, vestito a nuovo, torna a mostrarsi palazzo Cappa, antica e nobile dimora le cui radici affondano fin giù nel 1300.

Un nugolo di persone è raccolto davanti al bel portale di ingresso, di fattura settecentesca. Un vivace movimento di gente invita a entrare e godere della frescura e del profumo di nuovo che sprigiona dalle pareti, dal cortiletto interno, dalle strette scalinate in pietra levigata che conducono alle ampie stanze degli appartamenti superiori.

Queste cose, questo riappropriarsi di pezzi di città e di vita creduta ormai persa, rallegrano l’anima.

Ogni gradino intriso di storia, ogni bifora che affaccia sulla chiesa ancora squarciata di Santa Maria di Paganica è un inno alla vita e all’ottimismo.

All’interno, il palazzo riserva una dolce penombra: un cielo azzurro, uno di quegli azzurri di cui L’Aquila è capace, si sporge a guardare nel cortile, incuriosito, attirato dalla musica che si ascolta dietro ognuna delle porte.

Vedete, ogni pezzo di città che ritorna, sia esso di piccola o grande importanza, è un evento da celebrare e solo la musica e l’arte riescono a farlo in modo così completo e perfetto.

Gli allievi del Conservatorio “Casella”, grazie alla disponibilità e sensibilità diMarcantonio Cappa e agli sforzi del gruppo aquilano di azione civica Jemo ‘Nnanzi, hanno sapientemente ornato con il linguaggio universale della musica la riconsegna di palazzo Cappa alla città e ai cittadini.

Riprendendo le parole della professoressa Roberta Vacca, con la musica si è inteso unire le situazioni di distruzione/ricostruzione, allontanamento/ritorno, grazie al particolare stato emotivo che lega l’esecutore al brano scelto, rendendo ancora una volta attuale il rapporto tra musica e terremoto, come avviene nella liturgia pasquale (il sisma che seguì la morte di Gesù) o come avvenne nel ‘700 con Haendel, per esempio, cui furono commissionate composizioni celebrative della fine del periodo di lutto seguito al tremendo sisma del 1703.

Ciascuna stanza del palazzo ha così accolto e offerto uno spazio musicale: arpa, fiati, archi, pianoforte, canto, con musiche di Rachmaninov, Cimarosa, Haydn, Dussek, Poulenc, Henry Purcell, Franz Peter Schubert, Astor Piazzolla e un giovanissimo Riccardo La Chioma con un libero adattamento di una cantata per archi, coro e soprano composta proprio da quello Haendel appena chiamato in causa.

La positività di un gruppo di persone, che vuole fortemente mantenere viva l’anima regale di una città quasi millenaria, è ammirevole e dovrebbe essere di esempio per tutti.

Come pure, è da perseguire e promuovere con ogni mezzo l’idea che questa ulteriore rinascita possa divenire veicolo del seme della cultura, in tutte le sue forme ed accezioni, tanto da far riconquistare alla cultura stessa il posto che merita nelle vicende sociali ed economiche (perché no) della città.

Chiudiamo in musica, con Verdi che fa cantare ad Alfredo, ne La Traviata: “Libiamo, libiamo ne’ lieti calici,
che la bellezza infiora”

Un altro piccolo, grande passo avanti per rivedere L’Aquila meravigliosa.

Le Cascatelle di Villa Jacobucci: C’era una volta L’Aquila e ci sarà ancora


Per non perdere il filo del discorso , posto nuovamente, ma stavolta in versione integrale e non il solo link, la prima piccola storia di C’era una volta l’Aquila, il blog che provo a curare su http://www.abruzzoweb.it.

 

Villa jacobucci in una cartolina del 1900 e sotto, come è oggi il tratto delle Cascatelle nel fiume Aterno che scorre ai margini del giardino della villa.

Villa jacobucci in una cartolina del 1900 e sotto, come è oggi il tratto delle Cascatelle nel fiume Aterno che scorre ai margini del giardino della villa.

L’Aquila, un giorno di primavera inoltrata, oggi come ieri.

Seguo tracce di vite passate, in luoghi nascosti eppure così vicini. Tra case e binari, cascate d’acqua giocano a rincorrersi, incuranti degli orologi e della gente che le ha dimenticate.

Vorrei vedere con la mente il tempo che fu, perché sia ancora, perché In fondo, finché qualcosa vive nei ricordi, non morirà mai.

Poi mi scopro sognante a gettare gli occhi nel corso di un fiume.

E immagino, e vedo: Porta Napoli, annerita e screpolata che chiude il viale spalancando la campagna, e le carrozzelle che lente risalgono la carrareccia dalle terre di Sant’Elia e Civita di Bagno.

In quell’aria di certo odorosa dei tigli rinverditi risuonano le grida dei ragazzini che, bigiata la scuola, corrono e ruzzano a cercare ristoro e nascondiglio tra le frasche umide delle sponde dell’Aterno.

Non serve arrivare alla Chiesetta della Madonna degli Angeli, si scende per sentieri e scorciatoie erbose giù fino alle Fornaci Martini, ci si insinua tra le siepi e l’erba mai tagliata , fino alle 13 Colonnette che offriranno una piscina naturale, e abbondanza di trote Ruelle e gamberi di fiume.

L’acqua è copiosa e gorgoglia tra le rive, tra i dislivelli delle dighe dei canali di irrigazione, curva, scompare alla vista, accarezza il Mulino e compie ancora un altro salto, là dove incontra i giardini vasti della nobile Villa Jacobucci, si ingentilisce in cascatelle quasi a omaggiare i signorotti che la abitano e che posano per una foto ricordo su un muretto: forse è Berenice Rosa figlia di Michele Jacobucci, alpinista cui è intitolata la sezione aquilana del Cai, e Margherita De Filippis-Delfico, che si attarda con il suo sposo Francesco Signorini Corsi ad ascoltare distrattamente la voce del fiume.

L’Aterno corre oltre, frettoloso. Disinteressato. Come la gente che oggi non ha tempo di ricordare quando si marinava la scuola e si rideva felici per un niente, nient’altro che un bagno nel fiume.

Oggi, le gentili cascatelle non ci sono più, ma i ricordi sì. Fanno parte di noi, resistono in ogni pietra e in ogni angolo dell’Aquila, un po’ acciaccati forse, ma sempre vivi.

I ricordi sono il respiro di una città. C’era una volta L’Aquila e ci sarà ancora.

 

link completo all’articolo:  http://www.abruzzoweb.it/public/blogs/laquilaunavolta/content.php?id=545139

 

 

Le solite scuse


Non ne inventerò di nuove. Le idee frullano per la testa, si scontrano con quei due tre neuroni ancora rimasti in attività e non logorati dalla confusione mentale di chi vive in un non luogo a procedere. Le idee frullano, sbattono le ali ma non si lasciano afferrare dai retini delle sinapsi. Per cui difficile che riescano ad arrivare fino alle dita e all’inchiostro di una penna o, più modernamente, ai tasti di una diavoleria elettronica.

Questo blog nacque come raccoglitore senza anelli di pensieri sparsi, pretese di raccontare episodi di vita quotidiana simili a tanti altri, talvolta comici, talvolta meno. Fece un giro o forse due tra ricette e maldestre invenzioni culinarie, per accompagnare, infine, il tentativo di trovare un qualcosa di benchè minimamente positivo in tutto questo sfracassume del terremoto aquilano. Pangrattato perchè vita sbriciolata. Perchè di questa vita aquilana non restano che le briciole, e qualcuno si illude ancora di volerle raccogliere e farne nuovamente una pagnotta. Mentre bisognerebbe impastare acqua lievito e farina tutto da capo e poi sperare che non venga fuori un pastruglio colloso e immangiabile. Perchè gli ingredienti son quelli , ma il pane dorato e croccante mica viene sempre. Viene se sai come mescolare gli ingredienti con sapienza e amore.

Amore.

Se non c’è amore in quello che si fa, sia esso il lavoro o una pagnotta di acqua farina e lievito, le cose non riescono. Le cose muoiono. Le idee non si fanno acchiappare.

Per cui vorrei raccontarvi di quei palazzi verniciati di fresco ma vuoti, di quelle case poco distanti da essi e ancora frantumate, delle strade groviera , delle strade chiuse, di quelle aperte e ingolfate di smog e macchine incolonnate. Della puzza di chiuso nelle gallerie commerciali il sabato pomeriggio e dell’aria fresca e fina di Campo Imperatore. Dell’odore di muffa camminando tra i vicoli stretti del Centro mortalmente Storico, delle pozzanghere, dei sanpietrini divelti dai camion e dalle ruspe, dei portoncini sfondati e richiusi con le catene e i lucchetti. Dei panni stesi da sei anni, che ormai hanno perso ogni colore.

Non cerco scuse, per non aver ancora raccontato tutto questo ( che poi in fondo lo racconto a me, per non dimenticare). Solo che è difficile afferrare le idee e addomesticarle quando si vorrebbe scappare via.

Fuori, stasera, c’è vento. Anche dentro.

Perché tornare se non sono mai andata via?


Il nocciolo del problema. Non si può voler tornare in un posto da dove, in fondo, non ce ne siamo mai andati completamente.
Esistono radici, legami, i ricordi stessi, che faranno di un luogo la nostra casa anche dopo anni di vita vissuta altrove. Ogni tornare, in realtà, è un semplice riprendere il filo di un discorso mai interrotto.
Sapete dove sta il difficile? Chiudere quel discorso con un punto e a capo. Partire, definitivamente, lasciare andare pensieri e ricordi di un passato che è idealizzato ma irreale.
E ricominciare.

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