osservatorio Aquilano


Dalla vetrata d’ingresso del negozio dove praticamente vivo, trascorrendo qui gran parte della giornata, c’è un panorama da apocalissi futuristica..La natura si sta riprendendo quello che l’uomo nel corso dei secoli le ha tolto, costruendo case , strade, palazzi. L’erba solleva l’asfalto, lo sgretola, la pioggia porta via sassi e sabbia , gli alberi, non potati da mesi e mesi, adesso mostrano orgogliosi fronde ricolme e radici gonfie di linfa.
“Prima”, perchè nella nostra esistenza aquilana c’è un “prima” del terremoto e un “dopo ” il terremoto” quale riferimenti temporali e sociali, null’altro, “prima”, dicevo, questa era la strada più intasata e smoggosa della cittadina. Roba da clacson continui e nervosi e sgommate di ripicca e tamponamenti a iosa sempre allo stesso incrocio. E gente ferma ai bordi della strada a sindacare su chi avesse la precedenza e la ragione.

“Dopo”, questa strada è silenziosa, polverosa, abbandonata. Transennata sui lati per i lavori di ricostruzione di una casa si e dieci no. Vicoli sbarrati, nastri rossi di divieto, cassoni per differenziare le macerie,  il legno, i rottami ferrosi, la plastica. Ruspe camion e camionette dei militari che si annoiano a fare la ronda. Li ringrazio, mentalmente, perchè la sera almeno buttano un occhio sia pur annoiato alle nostre vetrine solitarie. E magari qualche malintenzionato ci pensa su due volte e gira i tacchi .

Il bello viene  al calar della sera: non è centro. E’ natura.  Aria pulita , fresca, profumata di tiglio. Uccellini . Raggi del sole che tingono tutto di rosa.

Silenzio.

Non è poi così male.

Mi viene il magone, a prendere la macchina e a fare rumore.

Mi viene il magone, pensando che la gente qui viene di rado, perchè , forse, ha paura di rendersi conto che la città , ferita, qui , si vede davvero. E sanguina. Non per le cose rotte. Ma perchè è stata abbandonata. Dalla sua gente.

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Autore: Nora Marchini

Nell'aggiornare le info sui profili perdo sempre la capacità di sintesi. Non che io abbia tutte queste cose da descrivere. Faccio la mamma. Lavoro nell'IT ( Information Technology cioè i computer e tutto ciò che c'è di informatico ed elettronico). Leggo per passione. Scrivo per passione e perchè mi fa stare meglio. Cucino per rilassarmi. Vivo in quel che rimane della città di L'Aquila.

8 thoughts on “osservatorio Aquilano”

  1. Le cose hanno un’anima per le persone anche quando le persone non ci sono più. Anche per quelli che non credono, o sanno che non c’è, all’anima.

    Dev’essere intenso, oggi, vivere L’Aquila. Quello che scrivi trasmette uno stridente spessore che fa quasi dire bello, quasi soltanto, ma dal mio punto di vista, per cui quasi siamo e in pratica quasi è quello che siamo.

    Comunque grazie. Leggerti è un’esperienza delle migliori; ritrovandoti qui, invece che su feisbuc, trovo una compagnia profonda, di quelle che rendono la vita degna di essere vissuta.

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    1. non sono mica sicura di meritare un commento del genere..

      Intenso forse non il termine giusto. Complicato. Doloroso, a volte. Speranzoso, altre. Ma per capire, bisogna venire qui. E lasciar perdere giornali e televisione. Grazie Ef.

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  2. Si … condivido l’aggettivo intenso, ma anche il tuo doloroso e speranzoso…. ma sai forse la Natura grida vendetta da tutti quei rumori quotidiani del “prima”, e vuole dare respiro alla sua anima..ora può….Dai poi non è così male …l’importante è che ogni tanto di li passi qualcuno per venire al tuo negozio… che già di per sé è un segno di speranza per la tua via…per la natura che la circonda….un giorno tornerà come prima o forse meglio di prima!!!!

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  3. Giornali e televisioni li lascio perdere e, già che non posso venire lì, sono felice di leggere in quello che scrivi qualcosa che fin qui si sente più vero di tutte le scorie mediatiche che mi raggiungono. Meriti, meriti.
    E sento il dolore, ma ancor più spero anche per te e voi.

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  4. La natura ha sempre il sopravvento se l’uomo la lascia agire o viene impedito dal farlo… e tu hai usato nella tua descrizione quasi le stesse parole che usai io in quel mio scritto “Il Guardiano” quando descrivevo dei ruderi in campagna.

    C’è qualcosa di triste sì nel tuo racconto, ma anche di gioioso, di puro, in questa rivincita della natura che mette in fuga l’uomo, che riprende i suoi spazi.. avvertendo che sulla terra lei è arrivata prima e resterà forse anche dopo..

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