Triste è Chi Rimane


Ho Molto da dire. Da scrivere. E’ tutto chiuso a doppia mandata da qualche parte, chissà dove, dentro di me. Al riparo da tentazioni di storie banali e ritrite che andrebbero solo ad imbrattare le pagine mobili di un blog o di qualsiasi altra diavoleria tecnologica dell’anno del Signore duemiladodici. Perchè ho anche una pessima grafia, da tirare schiaffi, spigolosa e disordinata, degno risultato di una mente altrettanto caotica, ragion per cui mi nascondo , spesso, dietro una tastiera.

Scrivo in fretta, cancello, riscrivo. Poi volentieri scaraventerei giù dal balcone fogli e penne. Le frasi brevi e spezzettate alla fine irritano il mio sistema nervoso.

Ho molto da dire però. Da quando una notte, di notte, ho lasciato brandelli di una vita tra le pareti spiegazzate e incrinate di un appartamento nell’assolato e tranquillo quartiere di S. Elia. Non sono ancora tornata, a casa mia. Alla faccia di tutti i discorsi ipocriti che sento sul volere rientrare a casa, perchè adesso siamo socialmente stressati, emarginati, esiliati. E tante belle parole sull’aver perso i propri riferimenti, le proprie abitudini, e la spesa al mercato di Piazza Duomo, e il caffè per il Corso, e l’Edicola ai Quattro Cantoni, e i Grissini Caldi a Piazza Palazzo, il fischio del treno, i vicini rumorosi, gli ingorghi all’uscita delle scuole, e il parcheggio a Piazza del Teatro.

Mi importa di tutto ciò? Riesco , per una volta, riusciamo tutti, ad essere sufficientemente sinceri da ammettere che la paura, la voglia di non vedere siano più forti di qualsiasi pensiero malinconico e struggente di nostalgia?

Ecco, perfino il vento mi chiude lo stomaco. Specie se lo senti ululare nel silenzio della notte, contando gli scricchiolii degli infissi e sperando sempre che sia solo il vento e non qualche riecheggiare di boato che vorresti aver rimosso dalla tua testa.

Impiegherò del tempo, lo so, ciò che conta è riuscire a buttare fuori questo macigno di parole irrequiete che si diverte a giocare a shanghai con le mie budella.

Vedete, a L’Aquila non c’è stato un solo terremoto. Ce ne sono stati almeno 70000. Uno per ciascuno. Ognuno diverso dall’altro. Ognuno vissuto piangendo o pregando o morendo. Che poi forse , in molti casi, è andata peggio a chi è rimasto, e aggiungici il rimorso per non essere affatto dispiaciuti di essere rimasti, misto alle sofferenze e al senso di vuoto che assillano i vivi.  Il tempo non è medicina sufficiente. Non c’è cura, solo un’accettazione rassegnata e sottomessa ma rabbiosa delle cose e dei sassi, tutto volutamente ignorato nella finta normalità delle giornate e dei giri in macchina.  Guardo, ma non vedo, con i finestrini chiusi per non respirare l’odore della polvere marcita.

Chissenefrega. Io ho paura. E lo dico. Un modo come un altro di esorcizzare incubi e ansie ricorrenti, molto meno costoso di boccette di ansiolitici.Forse più scomodo, perchè permette agli altri di giudicare il livello del mio esaurimento.

Comunque, ho sempre il mio sorriso gratis stampato sul viso. Non mi costa nulla, davvero, e forse fa bene anche a voi. Anche peccare di presunzione pare sia gratis, in questa vita.

Che differenza volete che faccia, da tre anni a questa parte, un sorriso amaro in più?

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Autore: Nora Marchini

Nell'aggiornare le info sui profili perdo sempre la capacità di sintesi. Non che io abbia tutte queste cose da descrivere. Faccio la mamma. Lavoro nell'IT ( Information Technology cioè i computer e tutto ciò che c'è di informatico ed elettronico). Leggo per passione. Scrivo per passione e perchè mi fa stare meglio. Cucino per rilassarmi. Vivo in quel che rimane della città di L'Aquila.

9 thoughts on “Triste è Chi Rimane”

  1. Che dire ?

    Il nostro disagio per le umane vicende e la nostra impotente disperazione di fronte all’irrimediabile, sono forse il segno che il mondo che veramente ci appartiene è un altro… e che ciò che stiamo vivendo è solo un passaggio verso di esso.

    Perché, mi chiedo, dovremmo trovarci di fronte a situazioni così gravose, più grandi della nostra capacità di superarle, quando la propria indole, la propria natura, la propria volontà lo rifiuterebbero?

    Tutto ciò non ha senso: non può essere solo questo il significato e il limite della nostra esistenza.

    Probabilmente non serve neppure andare a cercare Dio per sperare con sufficienti motivi in un destino migliore e più a noi simile, congeniale e amico… basta aggrapparsi alla forza della ragione.

    Ciao Ele e, per quanto possibile, buone feste!! 😉

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  2. Cara: bel post e molta comprensione abbracciante.
    Non so se possa favorire il tuo equilibrio (scommetterei di sì, alla lunga, ma non è giusto scommettere con la “pelle” altrui), però a maggior ragione sarei curioso di conoscere il tuo parere su draquila, molto.

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    1. grazie dell’abbraccio.. in verità ne ho bisogno, talvolta. Ho molti dubbi sul vedere Draquila. Parto prevenuta perchè la regista stessa è prevenuta e ha strumentalizzato. Ma racolgo il tuo invito. Ciao Ef.

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  3. Cara Eleonora,
    è molto che non ti vedo, non ho nemmeno conosciuto tua figlia, ma ho visto il tuo negozio.
    Sono passata di là, facendo giri e rigiri della città prima di recarmi all’appuntamento che avevo.
    L’Aquila che rammento non esiste più.
    Non so quanto possa servire rientrare in casa propria quando, come ben dici, si è perduto ogni senso di appartenenza alla cittadinanza, avendone irrimediabilmente perduto anche l’abitudine quotidiana.
    E’ incredibile quanto sia potente l’abitudine dell’immagine, a volte fatta di suoni e odori, voci e aria che si muove alla mutevole presenza degli esseri viventi.
    Ti/vi manca quell’immagine che non è possibile restaurare; soltanto dopo che la città e il suo cuore martoriato sarà recuperato, soltanto quando le botteghe e i volti amici che le abitavano saranno tornati al loro posto, e gli adulti e i bambini a vociare e le scuole e le strade fresche e pulite, solo allora avrete dimenticato e il vostro sorriso orale tornerà in sintonia con quello visivo, quello che dagli occhi si trasferisce al cuore di chi guarda.
    La città è deserta; molte delle strade che conoscevo sono interrotte, bisogna tornare indietro e tentarne un’altra, ma tutto sembra morto e le foglie e la polvere e le cartacce volano ad ogni urlo di vento e vorticano verso il parabrezza quasi a dire: “che sei venuta a fare? vattene, torna via! Qui non c’è più nessuno!”
    Anche la vostra strada è così diversa da quella vivida di luce e d’allegria che conservo nella memoria! Quante volte l’ho percorsa, da sola o in compagnia di un compare che non compare più nemmeno nel ricordo, frantumato come i cocci di vetro delle sue bottiglie vuote. Quale allegria, voglia di nuovo, felicità nascosta sotto il muso di ostinazioni inutili e dannose, quale aspettativa di vita miseramente crollata!
    Così, tornando sui propri passi, alla ricerca di una strada che non sia sbarrata e colma di vegetazione in preda all’entropia più sfrenata, il caos interiore misto di percezioni sentimenti e ricordi e sogni si placa e cede a una fratellanza più vasta che condivide il dolore e lo smarrimento.
    Ho pensato a te, al tuo sorriso e alle immagini felici che leggevo nei tuoi occhi, alle tue aspettative gioiose, alla tua casa… e ho pianto, per te e per tutti quelli che a L’Aquila quella notte c’erano.
    Ci sarei potuta essere anch’io, ma non mi è stato dato; ne ho sofferto come se anch’io fossi rimasta lì a tremare con boati ctoni dentro le viscere.
    Così ho seguito L’Aquila e le persone che avevo conosciuto come ho potuto, per mantenere un seppur flebilissimo contatto di cuore, compresa la lettura dei tuoi bei blog, non me ne volere, sono pubblici.
    Da ciò che scrivi sprigiona la tua intelligenza e sensibilità e l’angoscia e le paure che, se posso permettermi, condivido; posso solo suggerire di continuare a coltivare il sogno di una vita migliore, lottando affinché si realizzi e non subendo la volontà di politicanti e costruttori il cui unico interesse è la speculazione per interessi privati.
    So che le nuove case in legno sono costante non meno di euro 3000/mq, quando ne sarebbero bastati la metà per ricostruire e che la città è stata terra di conquista per cialtroni e palazzinari di bassa umanità, è sotto gli occhi di tutti.
    So che molti lottano attivamente e che non è facile rimanere a L’Aquila e contenere il desiderio di fuggirne.
    So che molti hanno ripreso a zappettare orticelli, chiusi nel proprio dolore, mentre altri pochi si sono aperti al dialogo e alla solidarietà.
    Ho colleghi che hanno avuto casa distrutta e sono in affitto vicino ai loro posti di lavoro e, come ha detto uno di loro “il terremoto ha scardinato ogni cosa, le zavorre sono state abbandonate e c’è la smania di riprendersi la vita, in qualunque modo, anche a dispetto di tutto quanto prima aveva valore”.
    Forse è il caso di abbandonare le vecchie convinzioni politiche e sociali e muoversi verso un’anarchia frutto del pensiero personale e dell’esperienza di vita; forse rimanere ancorati a vecchi sistemi serve a non cedere del tutto, anche se impedisce la rigenerazione, forse scrivere, piangere, chissà, ma non ciondolanti dentro l’Aquilone, con la faccia evasiva di chi sa e non vuol sapere, di chi vede e non vuol vedere, ma capaci di creare nuove relazioni più profonde e più vere, partecipando come si può alla ricostruzione di un tessuto urbano strappato e con un buco in mezzo che per ritesserlo non basterà una vita.
    Forse a guardare in faccia una realtà che non ci piace si guadagna in forza interiore e speranza di vita nuova; se un scrollone c’è stato non si può ignorarlo, ma occorre chiedersi a che serve e condivido quanto suggerisce il saggio Enrico: a volte il disegno ci sfugge, ma c’è, bisogna trovarlo per dare senso alla propria vita e per poterlo trasmettere ai figli come eredità preziosa di volontà che non cede se non alla pietà.
    Un abbraccio, di cuore.
    Rosso.

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