Pontedera, 30 marzo 2009


La mia camicia è sgualcita. Le mie camicette sono sempre sgualcite mentre, ovviamente, la tipa seduta al mio fianco pare uscita poco e anzi dalla stireria. Probabile che si sia fatta passare il ferro a vapore con indosso i vestiti. Fortuna ha voluto che , per salvare capra e cavoli, io avessi con me un golfino grigio da mettere su. L’esperienza aquilana delle fredde primavere di fine marzo , insegna.
Qui a Pontedera serve a non far notare troppo le pieghe. In compenso, ho un caldo da crepare.

Sono gonfia, stanca: il relatore snocciola dati, percentuali di vendite, quote di mercato, importanza del valore aggiunto. So solo che ho fame, dopo una fila come alla posta per spiluccare gli avanzi di una specie di buffet misto tra tartine cadute per sbaglio nella maionese e qualche mestolo di pasta fredda. Penso, anche, che mancano ancora due ore prima di ripartire per L’Aquila.

Non ascolto più il relatore, potrebbe perfino essere cambiato non ci sarebbe grossa differenza.

Le mie scarpe hanno i tacchi. Le guardo come a vederle per la prima volta. Ièri sera le ho trovate incredibilmente comode, adesso sono letteralmente insopportabili. Il caldo, in questa specie di soffitta mascherata da sala riunioni, è insopportabile .

Percepisco l’aroma dolciastro di quella brodaglia calda ,che qualcuno ha definito vino, salire dal bicchiere: in ogni caso, la sua funzione di tenere impegnate le mie mani è assolta in modo soddisfacente .

Ancora un’ora: mi sembra di aspettare la campanella liberatoria di fine lezioni, come al liceo . Non posso tirare fuori il mio Nokia. In realtà , non provo il minimo interesse per quello che un tizio in completo blu dall’aria costosa, va blaterando. Cerco invano di assumere un’espressione partecipe e mi ritengo libera di pensare ad altro. Credo di essere in buona compagnia, perché lo vedo inarcare un sopracciglio, massima espressione del suo disappunto: probabile che sia abituato a parlare al vuoto di una platea indifferente.

Il trillo di un cellulare è il diversivo che aspettavo, qualcuno si alza, chiede scusa,esce. la mia mano corre a prendere il Nokia. E trovo il display illuminato da una chiamata che non avrei mai preso diversamente, col silenzioso inserito.

È Valentina. La mia amica.

Guadagno l’uscita, ci sentiamo spesso , io e Vale, per spettegolare del tipo che lei non ammetterà mai di amare ancora.

Ciao, le dico, al sicuro nel corridoio, non potevo parlare, le dico, sono in una riunione.
Sorrido.

Vale non è Allegra, oggi. È spaventata.
c’è stato un terremoto molto forte, a L’Aquila , poco fa. Ho immaginato un vento caldo percorrere le strade e le vie deformate nel calore.
Mi sento sempre più stanca e gonfia. Le scarpe mi fanno malissimo e ora anche lo stomaco.

Vale è spaventata. Io preoccupata. Figuriamoci, mi preoccupo per una mosca che gira nella stanza. Gli istanti, le parole, sono più o meno nitidi: le dico di stare tranquilla , di uscire, se ha sentito gli altri. Non ci credo nemmeno io. Gli istanti sono nitidi come la mia camicia bianca sgualcita, e l’odore del vino.

Resto in corridoio a scorrere la rubrica , a fare chiamate di rito, a sentirmi rispondere che è stato forte e strano.  Però , mi sono sentita rispondere. Quindi stanno tutti bene, ho pensato, tornando al mio posto.

Evito una cazziata da mio marito buttando avanti la notizia. Adesso è lui a fare le telefonate di rito.

Ma so che ha voglia di tornare a casa. Subito. .

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Autore: Nora Marchini

Nell'aggiornare le info sui profili perdo sempre la capacità di sintesi. Non che io abbia tutte queste cose da descrivere. Faccio la mamma. Lavoro nell'IT ( Information Technology cioè i computer e tutto ciò che c'è di informatico ed elettronico). Leggo per passione. Scrivo per passione e perchè mi fa stare meglio. Cucino per rilassarmi. Vivo in quel che rimane della città di L'Aquila.

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