Sperone ( Gioia dei Marsi) Borgo Fantasma


Sole e silenzio. 

Le pietre non parlano ma raccontano: il tempo, la vita trascorsa, la morte, l’abbandono. 

Le pietre non parlano ma lasciano che sia lo sguardo ad accarezzarle e a scoprire frammenti di ricordi, di presenze, di abitudini quotidiane portate altrove, di respiri e odori e sapori.

Il cielo, anche qui, abita le case. 

Le ha occupate con prepotenza e violenza in un giorno lontano, giù nel 1915, quando la terra tremò e distrusse. 

Avezzano, la Marsica. Già private di un lago, poi private della vita e della gente con le loro storie. 

Sperone marcisce. Oggi. Paese Fantasma. 

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#intermezzo di posti da visitare: Borgo Incile – Ex Lago Fucino


Il sistema di chiuse realizzato nella seconda metà del 1800 dai principi Torlonia,  che permette di deviare il corso del fiume Giovenco e ha consentito, 2000 anni dopo il tentativo dei Romani dell’Imperatore Claudio, di prosciugare il Lago Fucino

ECCO ( FORSE) LE ORIGINI DEL RITO DI SANT’AGNESE A L’AQUILA.


Più fatto civico che pettegolezzo.

Delle ipotesi più accreditate circa l’effettiva origine del particolarissimo e tutto aquilano “rito” della Maldicenza, la festa delle malelingue del 21 gennaio che proprio in questi giorni viene celebrata con il Festival Pianeta Maldicenza, l’unico documentabile sembra essere il legame con la riammissione in città dei fuoriusciti appartenenti alla potente famiglia di mercanti dei Camponeschi, nel 1372.

Quella novella in Santa Annesa in Aquila arecone / la palma in san Massimo subito ficcata fone”, recita Antonio di Buccio* alla strofa 220 del suo Antiquitates.

Si riferisce alla notizia giunta in Aquila, il 21 gennaio del 1372, della pace fatta tra le famiglie Camponeschi e Pretatti che si contendevano da decenni l’egemonia cittadina. Tale fu la gioia degli aquilani nel ricevere la notizia della fine di quella guerra intestina, che il governo cittadino decretò di “mettere a Statuto” il giorno di Sant’Annesa ( Agnese) ovvero inserirlo nell’elenco dei giorni di precetto in cui era fatto divieto di lavorare e costruire case.

La faida sanguinosa tra le due potenti famiglie aveva a lungo tormentato la città di Aquila. Si trattò di uno scontro su due fronti: la violenza reale, efferata, fatta di omicidi, furti, rapimenti, stupri, saccheggi e incendi, da un lato; la sottile politica di ambiguità forte del malcontento abilmente lasciato serpeggiare tra la gente dai sostenitori di questa o quella fazione, dall’altro.

Il popolo, stanco di angherie e soprusi e del continuo aumento delle tasse imposte dal Governo cittadino per riparare i danni provocati appunto dalle lotte, sottopose le lamentele (il MALE DICERE) sotto forma di supplica alla Regina Giovanna I, chiedendo il suo aiuto per porre fine alla questione.

Così, la Regina Giovanna convoco’ i rappresentanti dei Camponeschi e dei Pretatti e alcuni dei migliori uomini della città, a Tripergole, vicino Napoli, come chiesto dagli ambasciatori cittadini “che fornesse questa pace e vedesse le malitie loro”*. Tanto fece, appunto, la Regina, mostrando ai contendenti “ il male” delle loro azioni violente e della loro condotta ambigua ( “io contenta non sone”*).

I capi dei Camponeschi e Pretatti furono imprigionati per settimane in Castel dell’Ovo, fin quando non accettarono di sottoscrivere l’armistizio.

L’istituzione della festa di Sant’Agnese sembra essere legata quindi , stando a quanto risulta dai documenti dell’epoca, ad un fatto reale, già pur citato nelle varie ricostruzioni “storiche” della storia di questa tradizione e forse sottovalutato. Un avvenimento che trova nella giornata del 21 gennaio 1372 il culmine, l’apice ma non la sua conclusione.

Ora, il passaggio chiave, cioè il come si è giunti all’accezione di festa dei pettegoli, è purtroppo nebuloso e incerto, e solo si può ipotizzare. Viene facile, a tal proposito , credere alle varie teorie sui servitori e servitrici che si riunivano nelle bettole per sparlare dei padroni. O alla pratica sostenuta  dalle domestiche di bassa estrazione sociale, spesso prostitute o malmaritate ospitate nel convento cittadino proprio intitolato a Sant’Agnese, di riferire senza pudori e con esagerazioni e cattiverie, ciò che avveniva nelle case dei loro padroni. Per una sorta di rivalsa nei loro confronti. Tesi citata e accreditata dal “devoto” Amedeo Esposito ( tra i fondatori dell’Associazione Culturale Devoti Di Sant’Agnese).

Sempre negli Statuti cittadini, (reformagione 645 del 1377) si trovano editti che, comunque, condannano l’ingiuria e la calunnia, reati puniti con il “banno della lengua”*.

Nel corso dei secoli, i fatti della vita reale del contado, della città, della politica, di ogni ceto sociale dalla servitù alla borghesia alla nobiltà, ecco che si mescolano con l’aspetto religioso della ricorrenza, il martirio della giovinetta Sant’Agnese in Roma, buttata in postribolo (tra le prostitute) per essere disonorata, torturata e infine decapitata, dando vita a una tradizione orale tramandata di madre in figlia, di nuora in suocera è il caso di dire, fino alla Festa del Pettegolezzo come si conosce oggi, con le sue “cariche” dai nomi satirici come “Lengua Zozza”, “Lavannara”, “Recchia Fredda” etc.

Il Festival che si tiene in questi giorni, il Pianeta Maldicenza, è organizzato da quella che si proclama la più antica delle congreghe dell’era moderna, la “Confraternita dei Devoti di Sant’Agnese”. Attraverso una lunga serie di manifestazioni a tema (dal Processo a Sant’Agnese, alla Tombola Agnesina, mostre, eventi, rappresentazioni teatrali), lo scopo dell’associazione è quello di riscoprire e valorizzare le radici culturali del “rito”. Riaffermare cioè la sua origine legata alla critica costruttiva e parresiastica, al “dire il male” apertamente e con franchezza, che sia esso in ambito politico o sociale, ma sottilmente distinto dal “dire male”, cioè dalla calunnia gratuita, dal pettegolezzo e dalla chiacchiera.

Lo spunto di cercare un’origine certa del rito di Sant’Agnese, per quanto possibile e per quel che mi riguarda, è partito proprio dalla provocazione del “Processo al Pianeta  Maldicenza”, tenutosi venerdì 8 Gennaio scorso presso l’Auditorium “Sericchi” della Bper qui a L’Aquila. Una rappresentazione realistica con tanto di avvocati e giudici che ha posto sul banco degli imputati la Confraternita dei Devoti, rea di voler dare maggiore risalto proprio all’aspetto positivo e culturale della tradizione, contrapponendo, come accusa, quella parte invece degli aquilani di oggi che la considera solo una tradizione popolare e goliardica.

I due aspetti non sono slegati, non c’è una predominanza dell’uno sull’altro. Tanto che gli stessi promotori del Festival, ormai all’undicesima edizione, sostengono di praticare e onorare entrambi. I fatti restano indiscutibili, documentati negli atti e nelle cronache del passato. Il reale si mescola con l’immaginario e le consuetudini popolari , dando vita ad un fenomeno di costume, unico nel suo genere.

Eleonora Marchini ( Nora)

 

*Antonio di Buccio di Ranallo – Cronista Aquilano – Antiquitates , cronachetta rimata in versi sui fatti cittadini dal 1362 circa.

 

BIbliografia consultata:

  • • Già Cit. Antiquitates
  • Regia munificentia erga Aquilanam urbem variis priuilegiis exornatam – 1639
  • http://www.maldicenza.it il sito della Confraternita dei Devoti di Sant’Agnese, la congrega più antica della città.
  • Statuta Civitatis Aquile ed. Curata da A. Clementi, 1977.