” Chi Prima Non Pensa, Dopo Sospira” ( Lettera Aperta a Pacentro, il mio paesello che è tanto bello)


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Ogni qualvolta ritorno al mio paese di origine, Pacentro, mi salta in mente ” Davanti S. Guido ” di Carducci e l’emozione che Egli provava nel rivedere luoghi cari e un tempo conosciuti è tanto simile alla malinconia che mi assale già quando intravedo la sagoma familiare del paese, da lontano, scendendo la tortuosa strada vecchia per Popoli.
Mano a mano che la distanza si assottiglia, il cuore si riempie di tranquilla serenità, i muscoli si distendono, i sensi si rilassano.
Apro sempre, poco alla volta, il finestrino, per indovinare il profumo intenso della mentuccia e della resina dei pini.
E’ bello tornare, sia pure così di rado: non mi preoccupo di riaprire costantemente la ferita per un nuovo abbandono, una nuova ripartenza.
E’ bello tornare, nonostante ogni volta una parte di me resti a vagare tra i vicoli stretti, tra le pinete silenziose e odorose.
L’aver vissuto in posti diversi ha solo arricchito il baule dei ricordi. Nei miei sogni ricorrenti, però, c’è sempre questo angolo di mondo così vicino eppure così distante dal fragore e dalla frenesia della vita moderna.
Nei miei pensieri, c’è sempre l’affetto per tutte quelle persone a me care che vivono o hanno vissuto in quell’angolo tranquillo di mondo.
Da quando, la maledetta notte del Terremoto a L’Aquila, tutto è cambiato, se possibile quei luoghi mi sono ancora più cari, perchè fino ad oggi risparmiati dalla furia di una natura tradita dall’uomo e incurante di esso.

Per questo, per il pensiero continuo e incessante di ciò che potrebbe accadere e di quanto andrebbe perso  non soltanto per me, goccia di acqua in un oceano di persone, per questo scrivo dell’amore per la mia terra che non è al sicuro, forse ancor più in pericolo di quanto non siano oggi L’Aquila o Montereale o La Calabria o L’Emilia.

Roboanti processi alle intenzioni e ai fatti hanno stabilito ( come se ce ne fosse bisogno) che con i terremoti si deve andare cauti, che nessuno può essere tranquillizzato stante una perenne spada di Damocle sulle nostre teste. Per il mio punto di vista , insignificante -personalissimo-singolo, è stato un cercare colpevoli di errori di tutti. Giustizia per morti che non torneranno comunque, per dolori che non saranno meno intensi , ora che la colpa è di qualcuno.  Indietro non si torna.

Se qualcosa deve insegnarci tutta questa triste vicenda è il non ripetere gli stessi sbagli, abitudine purtroppo largamente diffusa.  Siamo un popolo di pigri e imborghesiti che “prima non pensano e dopo sospirano”.

Per questo, per non sospirare e piangere e dire ” avremmo potuto..avremmo dovuto…se avessimo fatto, detto, pensato, agito..” vi dico, Pacentrani, se vi è rimasto un po’ di amore per la vostra terra, per la vostra storia, per i vostri morti, per quelle Torri che per centinaia di anni hanno vigilato sulla vallata e hanno protetto il paese dalle incursioni dei briganti, per il Girone, Il Cinematografo, Il Campanile, La Madonnina, La Villa, Il Convento, Il Colle, La via Di Sotto, La Pietra Spaccata, tutto, per tutto questo, guardatelo il vostro Paese. Guardate le fessure nelle case, le crepe del Campanile e della Chiesa, cogliete i segnali di un abbandono cui si può ancora porre rimedio.  Non fatelo per me, pacentrana emigrata perchè la vita ha deciso così. Fatelo per voi stessi, per i vostri figli, per i vostri nipoti. Per i bambini. Perchè non conoscano mai il dolore, il male che nasce dall’essere impreparati di fronte alla furia della natura. Perchè non sofrrano mai per le ferite di corpo e anima che ne conseguono.

Perchè, anche se la vita non è rose e fiori e non si può tenerli sotto una campana di vetro, almeno possiamo fare in modo che siano pronti ad affrontarla con coraggio.

Quante possibilità ci sono che nessuno si faccia male, in caso di terremoto, in un paese come Pacentro? Quante case resisterebbero, anche se poggiano sulla Pietra Giacinta? Non prendiamoci in giro. Per una volta, invece di bisticciare, unitevi e pensate al vostro paesello, che è tanto bello. Fatelo anche per chi vorrebbe, ma non può.

Imparate dagli errori altrui.

Dagli errori di quegli aquilani che continuano a litigare per spartirsi torta e briciole e pure la carta delle pastarelle e intanto qui tutto muore, se non è già morto, in un’agonia lenta, uno stillicidio di forze, anime, cuori e pensieri.

Dagli errori di quegli aquilani che non hanno più la forza di lottare per far rivivere la loro città e si coprono gli occhi, pietosi, per non vederla più così ridotta.

Dagli errori di quegli aquilani, infine, che hanno scelto di andarsene, per sopravvivere. Se scegliere di sopravvivere, si può chiamare errore. E ora la loro città la sognano, la ricordano, bella com’era pur con tutte le sue manchevolezze e imperfezioni.

Imparate. Impariamo tutti.

Perchè  Chi Prima Non Pensa, Dopo Sospira.

Buone Feste.

Buone Feste (?)


Se poi , aggiungiamo un cocktail fatto di feste natalizie, lavoro e studio… praticamente il caffè della Peppina col tritolo è roba da nulla al confronto!

Mi ero ripromessa di aggiornare con più regolarità questo blog fatto di briciole di vita quotidiana, ma quando della vita quotidiana resta meno delle briciole stesse, allora è un po’ difficile trovare qualcosa di interessante da dire che non si riduca ad un noioso diario di faccende e lunghe code in macchina. Poi ad un certo punto, ti fermi, stupita, e ti ascolti. E ti dici:  ma che cacchio stai facendo? Ma dove  devi andare così di corsa che non hai più fiato? Che poi avere il fiato corto già alle dieci del mattino  non è da tutti. Insomma, roba da Guinness dei primati dello stress. Ogni azione ruba il tempo ad un’altra azione, ogni momento si sovrappone con un altro momento e alla fine tutto si mescola, e ti ritrovi che addobbi l’albero di Natale piazzato proprio in mezzo alla stanza perchè non c’è altro posto e tu l’albero lo vuoi , lo devi fare per forza , con una mano, mentre con l’altra afferri le cose sparse sul tavolo e girovaghi per la casa credendo di metterle in ordine  ,  in realtà spostandole solo da un disordine all’altro. Perchè nell’istante che hai preso in mano l’oggetto , hai già dimenticato cosa dovevi farne e lo abbandoni in un altro punto della casa, e cominci a pensare a quell’altra faccenda da sbrigare. Alla fine sono le due di notte, e invece di dormire sei lì stesa sotto la televisione a fare di 4 scatole e due fogli marroni sgualciti, un presepe..

Però, non è che, così , il Natale è più Natale. Anzi. Forse lo è di meno. Un Natale forzato, luci e suoni stonati, amici distratti, auguri ridotti a sms collettivi. Quelle luminarie che in tanti anni che vivo a L’Aquila , non ho mai visto. Adesso ci sono, appese a palazzi incartati con lo scotch , quello costoso , riflesse nelle vetrine piene di sassi di negozi chiusi.

Ma non vi sembra un po’ tardi?

Mai, come quest’anno, ho desiderato che il Natale passasse in fretta.

Però , il presepe e l’Albero d’argento li ho fatti per mia figlia. Lei non lo sa che nella sua città il Natale non è arrivato.

Il mio Natale è stato il suo sorriso incantato davanti alle luci .