Sei anni che sembrano seimila


Avevo deciso di non scrivere altro, perché è stato già detto tutto. Su questa notte di sei anni fa, sul Prima e sul Dopo. Ho dormito malissimo stanotte, come tanti, come dormo pressoché da schifo da sei anni a questa parte. Magari non più tutta questa insonnia come i primi tempi in cui bastava chiudere gli occhi e le pareti riprendevano a girare, il letto a muoversi pure se non era vero. Magari ogni tanto una risata in questi sei anni c’è scappata pure. Una cena con gli amici, un aperitivo, un cinema. Il cinema c’è di nuovo da tempo. Anche tanti bar, pub, locali dove avvinazzarsi, ci sono da tempo. Ci si ubriaca tra un puntello e l’altro, una impalcatura e una casa sfondata. Forse viene meglio la sbornia se si hanno davanti agli occhi i resti di quello che era una città normale. Poi ci sono i palazzi antichi restaurati. Ne sono sempre di più. Belli, puliti, lisci. Non hanno quell’aria di vissuto propria di una città che vive. Non sono più consumati dalle schiene dei ragazzi che si appoggiavano alle mura con le mani in tasca ad aspettare gli amici e poi si va. Al Tropical in via Delle Aquile, c’è ancora una casa senza mura nè tetto nè niente. Non lo so nemmeno dove si è spostato, “delocalizzato ” il Tropical. Le case nuove, i palazzi, le Chiese restaurate, piano piano pianissimo ogni giorno un pezzettino in più in quell’oceano di cose da sistemare. Forse quando tutto sarà nuovo e pulito, si deciderà a tornare anche la vita. Che c’è eh, per carità. Ma secondo me non è troppo convinta. Nemmeno lei.
Sei anni.
Per me erano troppi pure 23 secondi.

Inviato da WordPress per Windows Phone

Annunci

L’Aquila Silenziosa – Mostra Fotografica di Marco Equizi. Mu.Sp.A.C.


Il Mu.Sp.A.C. ( museo sperimentale per le arti contemporanee) si trova in un MUSP. Pare un gioco di parole, invece è solo il nuovo lessico aquilano che comprende termini nuovi e ricorrenti: musp, map, c.a.s.e.
Una città scomposta in moduli provvisori, mescolati come le palline della tombola.
Per cui non sono affatto stupita di ritrovarmi a percorrere una strada brecciata piena di pozzanghere per raggiungere la mostra fotografica che ho deciso di visitare oggi. Anche le strade sono precarie, così come gli edifici.
Oggi, è una giornata strana. Verrebbe voglia di chiudersi in casa e risparmiarsi i ricordi che si leggono negli occhi di chiunque si incontri.
Invece eccomi qui: so già che avvertiro’ l’assenza, che il silenzio sarà palpabile, sbattuto su una carta pregiata e lucida, fino al punto da colarne via ed entrarmi negli occhi.
Mi aspetto di vedere l’anima di L’Aquila in queste foto e Marco Equizi, avvocato con la passione per la fotografia, non delude.
La disposizione è semplice ed ordinata, suddivisa in zone e con l’indicazione, accanto ad ogni foto, del luogo cui si riferisce e del Quarto di appartenenza. Note utilissime: molti scorci, non più frequentati da anni, sono come scomparsi dalla mente che si rifiuta quasi di associare il ricordo della vita ad una strada silenziosa e vuota.
Bianco e nero, luce naturale, il che, tecnicamente, dovrebbe voler dire pazienza e lunghi tempi di esposizione.
Bianco e nero, luce ( della luna, dei lampioni, delle lampade dei cantieri) che taglia le immagini formando prospettive e fughe.
Nessuna foto è piatta. In ogni scatto l’occhio trova la strada per guardare oltre, proseguire, sorpassando la fontana circondata di pietre sparse a Piazza Fontesecco o il ripido sdrucciolo di via Crispomonti o ancora lo slargo di Piazza Machilone.
Lo sguardo è spinto, oltre.
Quella che a prima vista sembra immobilità, si trasforma nel respiro di una città, ferita e dilaniata ma non ancora morta.
Mi coglie un senso di attesa, l’assenza di movimenti è sostituita da una sensazione di tempo sospeso. Proprio ” come il fotogramma di un Home Video bloccato in pausa fino a quando lo spettatore non si deciderà a premere di nuovo il tasto Play”.
Avrei bisogno di silenzio per scrutare meglio ogni scatto: la sala invece è, giustamente, piena e l’autore si muove tra i visitatori fornendo spiegazioni e dettagli tecnici.
Mantiene il suo aplomb di avvocato ma è difficile non far trapelare un filo di emozione e soddisfazione.
Intanto, l’anima di L’Aquila e il suo respiro sono appesi alle pareti provvisorie di un edificio provvisorio, come tanti. Ognuno di noi visitatori, volente o nolente, uscendo ne ha portato un soffio con sé.
Bravo Marco. Perché, a dispetto di tutto, non sono foto tristi: malinconiche ma con un battito di speranza.

Inviato da WordPress per Windows Phone