PALAZZO CAPPA CHE RINASCE, UN INNO ALLA VITA DA CELEBRARE IN MUSICA


Ingresso e cortile interno di Palazzo Cappa. Per gentile concessione del proprietario.
Ingresso e cortile interno di Palazzo Cappa. Per gentile concessione del proprietario.

Si tratta del secondo articolo pubblicato nel blog C’era una volta L’Aquila. Palazzo Cappa si trova tra Via Garibaldi e Piazza Santa Maria di Paganica, nel cuore del Centro Storico aquilano, ed è stato uno dei primi palazzi ad essere tornato agli antichi fasti dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’inaugurazione si è tenuta nel maggio del 2014 con un piacevolissimo evento musicale diffuso.  ( segue foto)

 

A piccoli passi, senza fretta, si può salire da viale Duca degli Abruzzi , passando per piazza San Silvestro , e raggiungere quell’angolo affacciato su via Garibaldi anticamente chiamato Case Ardinghelli.

Lì, vestito a nuovo, torna a mostrarsi palazzo Cappa, antica e nobile dimora le cui radici affondano fin giù nel 1300.

Un nugolo di persone è raccolto davanti al bel portale di ingresso, di fattura settecentesca. Un vivace movimento di gente invita a entrare e godere della frescura e del profumo di nuovo che sprigiona dalle pareti, dal cortiletto interno, dalle strette scalinate in pietra levigata che conducono alle ampie stanze degli appartamenti superiori.

Queste cose, questo riappropriarsi di pezzi di città e di vita creduta ormai persa, rallegrano l’anima.

Ogni gradino intriso di storia, ogni bifora che affaccia sulla chiesa ancora squarciata di Santa Maria di Paganica è un inno alla vita e all’ottimismo.

All’interno, il palazzo riserva una dolce penombra: un cielo azzurro, uno di quegli azzurri di cui L’Aquila è capace, si sporge a guardare nel cortile, incuriosito, attirato dalla musica che si ascolta dietro ognuna delle porte.

Vedete, ogni pezzo di città che ritorna, sia esso di piccola o grande importanza, è un evento da celebrare e solo la musica e l’arte riescono a farlo in modo così completo e perfetto.

Gli allievi del Conservatorio “Casella”, grazie alla disponibilità e sensibilità diMarcantonio Cappa e agli sforzi del gruppo aquilano di azione civica Jemo ‘Nnanzi, hanno sapientemente ornato con il linguaggio universale della musica la riconsegna di palazzo Cappa alla città e ai cittadini.

Riprendendo le parole della professoressa Roberta Vacca, con la musica si è inteso unire le situazioni di distruzione/ricostruzione, allontanamento/ritorno, grazie al particolare stato emotivo che lega l’esecutore al brano scelto, rendendo ancora una volta attuale il rapporto tra musica e terremoto, come avviene nella liturgia pasquale (il sisma che seguì la morte di Gesù) o come avvenne nel ‘700 con Haendel, per esempio, cui furono commissionate composizioni celebrative della fine del periodo di lutto seguito al tremendo sisma del 1703.

Ciascuna stanza del palazzo ha così accolto e offerto uno spazio musicale: arpa, fiati, archi, pianoforte, canto, con musiche di Rachmaninov, Cimarosa, Haydn, Dussek, Poulenc, Henry Purcell, Franz Peter Schubert, Astor Piazzolla e un giovanissimo Riccardo La Chioma con un libero adattamento di una cantata per archi, coro e soprano composta proprio da quello Haendel appena chiamato in causa.

La positività di un gruppo di persone, che vuole fortemente mantenere viva l’anima regale di una città quasi millenaria, è ammirevole e dovrebbe essere di esempio per tutti.

Come pure, è da perseguire e promuovere con ogni mezzo l’idea che questa ulteriore rinascita possa divenire veicolo del seme della cultura, in tutte le sue forme ed accezioni, tanto da far riconquistare alla cultura stessa il posto che merita nelle vicende sociali ed economiche (perché no) della città.

Chiudiamo in musica, con Verdi che fa cantare ad Alfredo, ne La Traviata: “Libiamo, libiamo ne’ lieti calici,
che la bellezza infiora”

Un altro piccolo, grande passo avanti per rivedere L’Aquila meravigliosa.

Le solite scuse


Non ne inventerò di nuove. Le idee frullano per la testa, si scontrano con quei due tre neuroni ancora rimasti in attività e non logorati dalla confusione mentale di chi vive in un non luogo a procedere. Le idee frullano, sbattono le ali ma non si lasciano afferrare dai retini delle sinapsi. Per cui difficile che riescano ad arrivare fino alle dita e all’inchiostro di una penna o, più modernamente, ai tasti di una diavoleria elettronica.

Questo blog nacque come raccoglitore senza anelli di pensieri sparsi, pretese di raccontare episodi di vita quotidiana simili a tanti altri, talvolta comici, talvolta meno. Fece un giro o forse due tra ricette e maldestre invenzioni culinarie, per accompagnare, infine, il tentativo di trovare un qualcosa di benchè minimamente positivo in tutto questo sfracassume del terremoto aquilano. Pangrattato perchè vita sbriciolata. Perchè di questa vita aquilana non restano che le briciole, e qualcuno si illude ancora di volerle raccogliere e farne nuovamente una pagnotta. Mentre bisognerebbe impastare acqua lievito e farina tutto da capo e poi sperare che non venga fuori un pastruglio colloso e immangiabile. Perchè gli ingredienti son quelli , ma il pane dorato e croccante mica viene sempre. Viene se sai come mescolare gli ingredienti con sapienza e amore.

Amore.

Se non c’è amore in quello che si fa, sia esso il lavoro o una pagnotta di acqua farina e lievito, le cose non riescono. Le cose muoiono. Le idee non si fanno acchiappare.

Per cui vorrei raccontarvi di quei palazzi verniciati di fresco ma vuoti, di quelle case poco distanti da essi e ancora frantumate, delle strade groviera , delle strade chiuse, di quelle aperte e ingolfate di smog e macchine incolonnate. Della puzza di chiuso nelle gallerie commerciali il sabato pomeriggio e dell’aria fresca e fina di Campo Imperatore. Dell’odore di muffa camminando tra i vicoli stretti del Centro mortalmente Storico, delle pozzanghere, dei sanpietrini divelti dai camion e dalle ruspe, dei portoncini sfondati e richiusi con le catene e i lucchetti. Dei panni stesi da sei anni, che ormai hanno perso ogni colore.

Non cerco scuse, per non aver ancora raccontato tutto questo ( che poi in fondo lo racconto a me, per non dimenticare). Solo che è difficile afferrare le idee e addomesticarle quando si vorrebbe scappare via.

Fuori, stasera, c’è vento. Anche dentro.

Buon Natale L’Aquila


In queste giornate a metà strada tra un autunno strano e un inverno mancato e indeciso, trovo il tempo per spolverare la bacheca di un blog preso perso e poi ripreso. Sarà la malinconia di un’affannata e affannosa ricerca di quei profumi del Natale ormai ben nascosti nelle pieghe del passato. Fuori , le luminarie gialline a forma di stelle oscillano allegre . Ero convinta di trovarle sradicate e attorcigliate agli alberi , dopo la bufera ventosa di stanotte. Invece sono lì. Come pure il presepe new age che campeggia nell’aiuola di fronte il negozio. Trovare le cose al proprio posto quando si credevano sparse ovunque, fa un bell’effetto. Rassicura. In questo nulla di un centro che di storico ha solo l’abbandono, io ascolto le canzoni di Natale alla Radio. E preparo i pacchetti con la migliore carta rossa luccicante che ho trovato in giro. Con cura. Anche se è un regalo da 5 euro. O da 10, o da 20. Non importa. Se è l’amore a muovere tutte le cose, per tutti gli sguardi languidi che concedo alle case buie, alle vie puntellate e pietrose, agli alberi spogli , ai container delle macerie, non mi stupirei di vederli sorridere. Prima o poi. Intanto, così solo com’è, questo Centro mi riscalda più delle mille luci sfavillanti di grandi magazzini impersonali. Buon Natale L’Aquila.