ECCO ( FORSE) LE ORIGINI DEL RITO DI SANT’AGNESE A L’AQUILA.


Più fatto civico che pettegolezzo.

Delle ipotesi più accreditate circa l’effettiva origine del particolarissimo e tutto aquilano “rito” della Maldicenza, la festa delle malelingue del 21 gennaio che proprio in questi giorni viene celebrata con il Festival Pianeta Maldicenza, l’unico documentabile sembra essere il legame con la riammissione in città dei fuoriusciti appartenenti alla potente famiglia di mercanti dei Camponeschi, nel 1372.

Quella novella in Santa Annesa in Aquila arecone / la palma in san Massimo subito ficcata fone”, recita Antonio di Buccio* alla strofa 220 del suo Antiquitates.

Si riferisce alla notizia giunta in Aquila, il 21 gennaio del 1372, della pace fatta tra le famiglie Camponeschi e Pretatti che si contendevano da decenni l’egemonia cittadina. Tale fu la gioia degli aquilani nel ricevere la notizia della fine di quella guerra intestina, che il governo cittadino decretò di “mettere a Statuto” il giorno di Sant’Annesa ( Agnese) ovvero inserirlo nell’elenco dei giorni di precetto in cui era fatto divieto di lavorare e costruire case.

La faida sanguinosa tra le due potenti famiglie aveva a lungo tormentato la città di Aquila. Si trattò di uno scontro su due fronti: la violenza reale, efferata, fatta di omicidi, furti, rapimenti, stupri, saccheggi e incendi, da un lato; la sottile politica di ambiguità forte del malcontento abilmente lasciato serpeggiare tra la gente dai sostenitori di questa o quella fazione, dall’altro.

Il popolo, stanco di angherie e soprusi e del continuo aumento delle tasse imposte dal Governo cittadino per riparare i danni provocati appunto dalle lotte, sottopose le lamentele (il MALE DICERE) sotto forma di supplica alla Regina Giovanna I, chiedendo il suo aiuto per porre fine alla questione.

Così, la Regina Giovanna convoco’ i rappresentanti dei Camponeschi e dei Pretatti e alcuni dei migliori uomini della città, a Tripergole, vicino Napoli, come chiesto dagli ambasciatori cittadini “che fornesse questa pace e vedesse le malitie loro”*. Tanto fece, appunto, la Regina, mostrando ai contendenti “ il male” delle loro azioni violente e della loro condotta ambigua ( “io contenta non sone”*).

I capi dei Camponeschi e Pretatti furono imprigionati per settimane in Castel dell’Ovo, fin quando non accettarono di sottoscrivere l’armistizio.

L’istituzione della festa di Sant’Agnese sembra essere legata quindi , stando a quanto risulta dai documenti dell’epoca, ad un fatto reale, già pur citato nelle varie ricostruzioni “storiche” della storia di questa tradizione e forse sottovalutato. Un avvenimento che trova nella giornata del 21 gennaio 1372 il culmine, l’apice ma non la sua conclusione.

Ora, il passaggio chiave, cioè il come si è giunti all’accezione di festa dei pettegoli, è purtroppo nebuloso e incerto, e solo si può ipotizzare. Viene facile, a tal proposito , credere alle varie teorie sui servitori e servitrici che si riunivano nelle bettole per sparlare dei padroni. O alla pratica sostenuta  dalle domestiche di bassa estrazione sociale, spesso prostitute o malmaritate ospitate nel convento cittadino proprio intitolato a Sant’Agnese, di riferire senza pudori e con esagerazioni e cattiverie, ciò che avveniva nelle case dei loro padroni. Per una sorta di rivalsa nei loro confronti. Tesi citata e accreditata dal “devoto” Amedeo Esposito ( tra i fondatori dell’Associazione Culturale Devoti Di Sant’Agnese).

Sempre negli Statuti cittadini, (reformagione 645 del 1377) si trovano editti che, comunque, condannano l’ingiuria e la calunnia, reati puniti con il “banno della lengua”*.

Nel corso dei secoli, i fatti della vita reale del contado, della città, della politica, di ogni ceto sociale dalla servitù alla borghesia alla nobiltà, ecco che si mescolano con l’aspetto religioso della ricorrenza, il martirio della giovinetta Sant’Agnese in Roma, buttata in postribolo (tra le prostitute) per essere disonorata, torturata e infine decapitata, dando vita a una tradizione orale tramandata di madre in figlia, di nuora in suocera è il caso di dire, fino alla Festa del Pettegolezzo come si conosce oggi, con le sue “cariche” dai nomi satirici come “Lengua Zozza”, “Lavannara”, “Recchia Fredda” etc.

Il Festival che si tiene in questi giorni, il Pianeta Maldicenza, è organizzato da quella che si proclama la più antica delle congreghe dell’era moderna, la “Confraternita dei Devoti di Sant’Agnese”. Attraverso una lunga serie di manifestazioni a tema (dal Processo a Sant’Agnese, alla Tombola Agnesina, mostre, eventi, rappresentazioni teatrali), lo scopo dell’associazione è quello di riscoprire e valorizzare le radici culturali del “rito”. Riaffermare cioè la sua origine legata alla critica costruttiva e parresiastica, al “dire il male” apertamente e con franchezza, che sia esso in ambito politico o sociale, ma sottilmente distinto dal “dire male”, cioè dalla calunnia gratuita, dal pettegolezzo e dalla chiacchiera.

Lo spunto di cercare un’origine certa del rito di Sant’Agnese, per quanto possibile e per quel che mi riguarda, è partito proprio dalla provocazione del “Processo al Pianeta  Maldicenza”, tenutosi venerdì 8 Gennaio scorso presso l’Auditorium “Sericchi” della Bper qui a L’Aquila. Una rappresentazione realistica con tanto di avvocati e giudici che ha posto sul banco degli imputati la Confraternita dei Devoti, rea di voler dare maggiore risalto proprio all’aspetto positivo e culturale della tradizione, contrapponendo, come accusa, quella parte invece degli aquilani di oggi che la considera solo una tradizione popolare e goliardica.

I due aspetti non sono slegati, non c’è una predominanza dell’uno sull’altro. Tanto che gli stessi promotori del Festival, ormai all’undicesima edizione, sostengono di praticare e onorare entrambi. I fatti restano indiscutibili, documentati negli atti e nelle cronache del passato. Il reale si mescola con l’immaginario e le consuetudini popolari , dando vita ad un fenomeno di costume, unico nel suo genere.

Eleonora Marchini ( Nora)

 

*Antonio di Buccio di Ranallo – Cronista Aquilano – Antiquitates , cronachetta rimata in versi sui fatti cittadini dal 1362 circa.

 

BIbliografia consultata:

  • • Già Cit. Antiquitates
  • Regia munificentia erga Aquilanam urbem variis priuilegiis exornatam – 1639
  • http://www.maldicenza.it il sito della Confraternita dei Devoti di Sant’Agnese, la congrega più antica della città.
  • Statuta Civitatis Aquile ed. Curata da A. Clementi, 1977.

 

 

 

 

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Omaggio a Paola Borboni – L’Aquila Museo delle Arti e Mestieri del Cinema


 

“La prima attrice del secolo “. Così amava definirsi, per il suo essere nata il primo giorno dell’anno 1900. Grande attrice,  morirà 95 anni dopo, il 9 Aprile, senza aver mai smesso di recitare.

Da mercoledì 9 dicembre, il Museo delle Arti e dei Mestieri del Cinema, a L’Aquila,  ospita una particolare esposizione: il mondo della straordinaria artista  italiana Paola Borboni, la sua essenza di donna effervescente e di grande temperamento raccontati attraverso gli oggetti, le lettere private, i costumi di scena, le sceneggiature. Inediti dettagli  che svelano di “Paolina”, questo il suo nomignolo,  la vita dietro le quinte, lo studio e la preparazione di ogni ruolo teatrale o cinematografico, il privato che diventa pubblico per la prima volta a vent’anni dalla sua morte.

Attrice completa, la diva di origine emiliana ha calcato tutte le scene d’Italia fin da giovanissima, passando dal genere brillante al recital solista, da lei inventato, esprimendosi nella tragedia come nel teatro di piazza, forte nella sua passione per Pirandello che portò in scena per sei anni consecutivi. Suo il merito di aver dato scandalo con un’apparizione a seno nudo, nel 1925, nella pièce “ Alga Marina”.  Come scandaloso verrà considerato il matrimonio nel 1972 con il poeta Bruno Vilar, di quarant’anni più giovane. Unione conclusasi tragicamente nel 1978 a causa di un incidente stradale in cui perse la vita Vilar mentre la Borboni restò gravemente ferita.

Bazzano, nei locali che dal dopo terremoto ospitano la Biblioteca Provinciale “ Salvatore Tommasi”,  il Museo delle Arti e Mestieri del Cinema realizza il progetto, voluto con forza dall’Istituto Cinematografico “ La Lanterna Magica”, della conservazione e fruibilità dell’importante patrimonio accumulato nei trent’anni di attività dell’Istituto stesso . Ora, grazie alla donazione da parte di Roberto Durigon, privato cittadino, collezionista e profondo cultore di tutto ciò che riguarda la famosa attrice ma non solo, il Museo si arricchisce di un fondo di grande valore storico, una parte del quale sarà esposta al pubblico ogni martedì e giovedì dalle 15:00 alle 17:30, fino al 18 dicembre prossimo. Tutta la collezione comunque resterà nei prossimi mesi in esposizione permanente negli spazi museali.

I  curatori della mostra hanno studiato una speciale ambientazione: riprodurre cioè quello che poteva essere lo studio privato di Paola Borboni, collocandovi gli oggetti personali, ricreando il luogo dove l’attrice amava ritirarsi tra una fatica teatrale e l’altra.

“Ho avuto la fortuna di imbattermi in questa magnifica collezione “ mi racconta Roberto Durigon , mentre passeggiamo lentamente per le strade brulicanti di operai del Centro Storico “ e da appassionato quale sono del teatro, del cinema, dell’arte in generale e soprattutto di Paola Borboni in quanto donna di grande espressività e dalla vita intensamente vissuta in ogni aspetto, ho voluto condividere questa mia fortuna con tutti gli estimatori o anche solo amatori, donando il fondo al Museo dell’Aquila”

“ Perché proprio L’Aquila?” continua “ Certo, in altre città forse, ma non è detto, si sarebbe avuta una maggiore visibilità, ma L’Aquila e la sua rinascita meritano ogni sforzo, una collezione importante merita una città con una storia importante. L’Aquila era ed è il posto giusto” conclude.

La mostra va oltre gli oggetti e propone agli appassionati di cinema anche una serie di proiezioni, sempre in onore e ricordo della diva, di lungometraggi restaurati e digitalizzati dal Centro Sperimentale di Cinematografia, già conservati nell’archivio della cineteca “ Maria Pia Casilio” ricco di circa 1500 film in pellicola e sottoposto a vincolo di tutela con decreto del Ministero per i Beni e le attività Culturali del 17 Maggio 2006.

Proprio il Centro Sperimentale di Cinematografia  è amaramente sotto i riflettori in questi ultimi tempi per il taglio dei finanziamenti pubblici che porterebbe alla chiusura di questo laboratorio digitale, considerato secondo solo a quello di Bologna in quanto a professionalità del lavoro svolto.

Grazie Roberto,  è un gesto d’amore quello che tu hai fatto per questa città.

 

Adunata Nazionale Alpini L’Aquila 2015


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Sono andata al lavoro a piedi. Da casa al negozio sono circa due chilometri. Devo essermi stropicciata gli occhi svariate volte perché io una città così allegra, colorata e viva non la vedevo da tempo. Quindi doveva essere un sogno, per forza. Nemmeno in occasione della fiera dell’Epifania, quando migliaia di persone si riversano per le vie del centro, ho più visto da tempo ( da “prima”) tante facce sorridenti. Una sferzata di ottimismo, le centinaia di bandiere tricolori, vedere che ognuno si sforza, nel suo piccolo, di presentarsi al meglio e quindi negozi puliti e addobbati e riforniti più del solito..Cammino, guardandomi intorno e sorrido. Per chi mi conosce, già solo il fatto che io stia sorridendo è un avvenimento notevole. Figuriamoci se a sorridere è una città intera. Certo, un po’ dispiace vedere che il Parco del Castello è finalmente pulito e l’erba rasata, dispiace perché avremmo dovuto farlo noi ( inteso come città) e invece ci hanno pensato gli Alpini. In due giorni. Vivo a L’Aquila da 17 anni. A mia memoria il Parco non è mai stato pulito.
Quindi becchiamoci sta lezione di civiltà e cerchiamo di ricambiare quello che gli alpini hanno fatto per noi durante il terremoto, per esempio non speculando sui prezzi in questi tre quattro giorni. Per esempio regalando sorrisi, mostrando le cose belle che L’Aquila ferita ha ancora da offrire.
Un po’ di gentilezza, anche, non guasta mai. Infine spiegando a bambini e ragazzi quanto gli Alpini sono stati importanti nella difesa di quell’idea astratta ma stranamente calda chiamata Italia.

P.s. Giuro che quando ho scattato le foto ero sobria, purtroppo la bontà di una foto dipende ancora da chi sta dietro la macchina fotografica..

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La bellezza è negli occhi di chi guarda.


Un amico ha risposto con queste parole al mio non saper commentare un’opera di arte contemporanea che negli ultimi giorni sta infiammando gli animi cittadini e non, e di cui vi diro’ più avanti. Sui miei occhi ci devono essere un paio di saporite fette di prosciutto… Almeno in questo caso. Però, da profana, non riesco a non riempirmi gli occhi, tolto il prosciutto, di una cosa così bella come è la Basilica di S. Bernardino, oggi restituita alla città dopo l’imponente restauro.
Il bianco, la luce, l’oro delle decorazioni, lo spazio ritrovato e gremito di persone. Le spoglie del Santo Bernardino da Siena accompagnate dagli Alpini.
Giudicate voi. #laquila torna piano piano ( grazie a Beatrice Sabatini per la gentile concessione delle foto)

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Sei anni che sembrano seimila


Avevo deciso di non scrivere altro, perché è stato già detto tutto. Su questa notte di sei anni fa, sul Prima e sul Dopo. Ho dormito malissimo stanotte, come tanti, come dormo pressoché da schifo da sei anni a questa parte. Magari non più tutta questa insonnia come i primi tempi in cui bastava chiudere gli occhi e le pareti riprendevano a girare, il letto a muoversi pure se non era vero. Magari ogni tanto una risata in questi sei anni c’è scappata pure. Una cena con gli amici, un aperitivo, un cinema. Il cinema c’è di nuovo da tempo. Anche tanti bar, pub, locali dove avvinazzarsi, ci sono da tempo. Ci si ubriaca tra un puntello e l’altro, una impalcatura e una casa sfondata. Forse viene meglio la sbornia se si hanno davanti agli occhi i resti di quello che era una città normale. Poi ci sono i palazzi antichi restaurati. Ne sono sempre di più. Belli, puliti, lisci. Non hanno quell’aria di vissuto propria di una città che vive. Non sono più consumati dalle schiene dei ragazzi che si appoggiavano alle mura con le mani in tasca ad aspettare gli amici e poi si va. Al Tropical in via Delle Aquile, c’è ancora una casa senza mura nè tetto nè niente. Non lo so nemmeno dove si è spostato, “delocalizzato ” il Tropical. Le case nuove, i palazzi, le Chiese restaurate, piano piano pianissimo ogni giorno un pezzettino in più in quell’oceano di cose da sistemare. Forse quando tutto sarà nuovo e pulito, si deciderà a tornare anche la vita. Che c’è eh, per carità. Ma secondo me non è troppo convinta. Nemmeno lei.
Sei anni.
Per me erano troppi pure 23 secondi.

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PALAZZO CAPPA CHE RINASCE, UN INNO ALLA VITA DA CELEBRARE IN MUSICA


Ingresso e cortile interno di Palazzo Cappa. Per gentile concessione del proprietario.
Ingresso e cortile interno di Palazzo Cappa. Per gentile concessione del proprietario.

Si tratta del secondo articolo pubblicato nel blog C’era una volta L’Aquila. Palazzo Cappa si trova tra Via Garibaldi e Piazza Santa Maria di Paganica, nel cuore del Centro Storico aquilano, ed è stato uno dei primi palazzi ad essere tornato agli antichi fasti dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’inaugurazione si è tenuta nel maggio del 2014 con un piacevolissimo evento musicale diffuso.  ( segue foto)

 

A piccoli passi, senza fretta, si può salire da viale Duca degli Abruzzi , passando per piazza San Silvestro , e raggiungere quell’angolo affacciato su via Garibaldi anticamente chiamato Case Ardinghelli.

Lì, vestito a nuovo, torna a mostrarsi palazzo Cappa, antica e nobile dimora le cui radici affondano fin giù nel 1300.

Un nugolo di persone è raccolto davanti al bel portale di ingresso, di fattura settecentesca. Un vivace movimento di gente invita a entrare e godere della frescura e del profumo di nuovo che sprigiona dalle pareti, dal cortiletto interno, dalle strette scalinate in pietra levigata che conducono alle ampie stanze degli appartamenti superiori.

Queste cose, questo riappropriarsi di pezzi di città e di vita creduta ormai persa, rallegrano l’anima.

Ogni gradino intriso di storia, ogni bifora che affaccia sulla chiesa ancora squarciata di Santa Maria di Paganica è un inno alla vita e all’ottimismo.

All’interno, il palazzo riserva una dolce penombra: un cielo azzurro, uno di quegli azzurri di cui L’Aquila è capace, si sporge a guardare nel cortile, incuriosito, attirato dalla musica che si ascolta dietro ognuna delle porte.

Vedete, ogni pezzo di città che ritorna, sia esso di piccola o grande importanza, è un evento da celebrare e solo la musica e l’arte riescono a farlo in modo così completo e perfetto.

Gli allievi del Conservatorio “Casella”, grazie alla disponibilità e sensibilità diMarcantonio Cappa e agli sforzi del gruppo aquilano di azione civica Jemo ‘Nnanzi, hanno sapientemente ornato con il linguaggio universale della musica la riconsegna di palazzo Cappa alla città e ai cittadini.

Riprendendo le parole della professoressa Roberta Vacca, con la musica si è inteso unire le situazioni di distruzione/ricostruzione, allontanamento/ritorno, grazie al particolare stato emotivo che lega l’esecutore al brano scelto, rendendo ancora una volta attuale il rapporto tra musica e terremoto, come avviene nella liturgia pasquale (il sisma che seguì la morte di Gesù) o come avvenne nel ‘700 con Haendel, per esempio, cui furono commissionate composizioni celebrative della fine del periodo di lutto seguito al tremendo sisma del 1703.

Ciascuna stanza del palazzo ha così accolto e offerto uno spazio musicale: arpa, fiati, archi, pianoforte, canto, con musiche di Rachmaninov, Cimarosa, Haydn, Dussek, Poulenc, Henry Purcell, Franz Peter Schubert, Astor Piazzolla e un giovanissimo Riccardo La Chioma con un libero adattamento di una cantata per archi, coro e soprano composta proprio da quello Haendel appena chiamato in causa.

La positività di un gruppo di persone, che vuole fortemente mantenere viva l’anima regale di una città quasi millenaria, è ammirevole e dovrebbe essere di esempio per tutti.

Come pure, è da perseguire e promuovere con ogni mezzo l’idea che questa ulteriore rinascita possa divenire veicolo del seme della cultura, in tutte le sue forme ed accezioni, tanto da far riconquistare alla cultura stessa il posto che merita nelle vicende sociali ed economiche (perché no) della città.

Chiudiamo in musica, con Verdi che fa cantare ad Alfredo, ne La Traviata: “Libiamo, libiamo ne’ lieti calici,
che la bellezza infiora”

Un altro piccolo, grande passo avanti per rivedere L’Aquila meravigliosa.