Sei anni che sembrano seimila


Avevo deciso di non scrivere altro, perché è stato già detto tutto. Su questa notte di sei anni fa, sul Prima e sul Dopo. Ho dormito malissimo stanotte, come tanti, come dormo pressoché da schifo da sei anni a questa parte. Magari non più tutta questa insonnia come i primi tempi in cui bastava chiudere gli occhi e le pareti riprendevano a girare, il letto a muoversi pure se non era vero. Magari ogni tanto una risata in questi sei anni c’è scappata pure. Una cena con gli amici, un aperitivo, un cinema. Il cinema c’è di nuovo da tempo. Anche tanti bar, pub, locali dove avvinazzarsi, ci sono da tempo. Ci si ubriaca tra un puntello e l’altro, una impalcatura e una casa sfondata. Forse viene meglio la sbornia se si hanno davanti agli occhi i resti di quello che era una città normale. Poi ci sono i palazzi antichi restaurati. Ne sono sempre di più. Belli, puliti, lisci. Non hanno quell’aria di vissuto propria di una città che vive. Non sono più consumati dalle schiene dei ragazzi che si appoggiavano alle mura con le mani in tasca ad aspettare gli amici e poi si va. Al Tropical in via Delle Aquile, c’è ancora una casa senza mura nè tetto nè niente. Non lo so nemmeno dove si è spostato, “delocalizzato ” il Tropical. Le case nuove, i palazzi, le Chiese restaurate, piano piano pianissimo ogni giorno un pezzettino in più in quell’oceano di cose da sistemare. Forse quando tutto sarà nuovo e pulito, si deciderà a tornare anche la vita. Che c’è eh, per carità. Ma secondo me non è troppo convinta. Nemmeno lei.
Sei anni.
Per me erano troppi pure 23 secondi.

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PALAZZO CAPPA CHE RINASCE, UN INNO ALLA VITA DA CELEBRARE IN MUSICA


Ingresso e cortile interno di Palazzo Cappa. Per gentile concessione del proprietario.
Ingresso e cortile interno di Palazzo Cappa. Per gentile concessione del proprietario.

Si tratta del secondo articolo pubblicato nel blog C’era una volta L’Aquila. Palazzo Cappa si trova tra Via Garibaldi e Piazza Santa Maria di Paganica, nel cuore del Centro Storico aquilano, ed è stato uno dei primi palazzi ad essere tornato agli antichi fasti dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’inaugurazione si è tenuta nel maggio del 2014 con un piacevolissimo evento musicale diffuso.  ( segue foto)

 

A piccoli passi, senza fretta, si può salire da viale Duca degli Abruzzi , passando per piazza San Silvestro , e raggiungere quell’angolo affacciato su via Garibaldi anticamente chiamato Case Ardinghelli.

Lì, vestito a nuovo, torna a mostrarsi palazzo Cappa, antica e nobile dimora le cui radici affondano fin giù nel 1300.

Un nugolo di persone è raccolto davanti al bel portale di ingresso, di fattura settecentesca. Un vivace movimento di gente invita a entrare e godere della frescura e del profumo di nuovo che sprigiona dalle pareti, dal cortiletto interno, dalle strette scalinate in pietra levigata che conducono alle ampie stanze degli appartamenti superiori.

Queste cose, questo riappropriarsi di pezzi di città e di vita creduta ormai persa, rallegrano l’anima.

Ogni gradino intriso di storia, ogni bifora che affaccia sulla chiesa ancora squarciata di Santa Maria di Paganica è un inno alla vita e all’ottimismo.

All’interno, il palazzo riserva una dolce penombra: un cielo azzurro, uno di quegli azzurri di cui L’Aquila è capace, si sporge a guardare nel cortile, incuriosito, attirato dalla musica che si ascolta dietro ognuna delle porte.

Vedete, ogni pezzo di città che ritorna, sia esso di piccola o grande importanza, è un evento da celebrare e solo la musica e l’arte riescono a farlo in modo così completo e perfetto.

Gli allievi del Conservatorio “Casella”, grazie alla disponibilità e sensibilità diMarcantonio Cappa e agli sforzi del gruppo aquilano di azione civica Jemo ‘Nnanzi, hanno sapientemente ornato con il linguaggio universale della musica la riconsegna di palazzo Cappa alla città e ai cittadini.

Riprendendo le parole della professoressa Roberta Vacca, con la musica si è inteso unire le situazioni di distruzione/ricostruzione, allontanamento/ritorno, grazie al particolare stato emotivo che lega l’esecutore al brano scelto, rendendo ancora una volta attuale il rapporto tra musica e terremoto, come avviene nella liturgia pasquale (il sisma che seguì la morte di Gesù) o come avvenne nel ‘700 con Haendel, per esempio, cui furono commissionate composizioni celebrative della fine del periodo di lutto seguito al tremendo sisma del 1703.

Ciascuna stanza del palazzo ha così accolto e offerto uno spazio musicale: arpa, fiati, archi, pianoforte, canto, con musiche di Rachmaninov, Cimarosa, Haydn, Dussek, Poulenc, Henry Purcell, Franz Peter Schubert, Astor Piazzolla e un giovanissimo Riccardo La Chioma con un libero adattamento di una cantata per archi, coro e soprano composta proprio da quello Haendel appena chiamato in causa.

La positività di un gruppo di persone, che vuole fortemente mantenere viva l’anima regale di una città quasi millenaria, è ammirevole e dovrebbe essere di esempio per tutti.

Come pure, è da perseguire e promuovere con ogni mezzo l’idea che questa ulteriore rinascita possa divenire veicolo del seme della cultura, in tutte le sue forme ed accezioni, tanto da far riconquistare alla cultura stessa il posto che merita nelle vicende sociali ed economiche (perché no) della città.

Chiudiamo in musica, con Verdi che fa cantare ad Alfredo, ne La Traviata: “Libiamo, libiamo ne’ lieti calici,
che la bellezza infiora”

Un altro piccolo, grande passo avanti per rivedere L’Aquila meravigliosa.

Le solite scuse


Non ne inventerò di nuove. Le idee frullano per la testa, si scontrano con quei due tre neuroni ancora rimasti in attività e non logorati dalla confusione mentale di chi vive in un non luogo a procedere. Le idee frullano, sbattono le ali ma non si lasciano afferrare dai retini delle sinapsi. Per cui difficile che riescano ad arrivare fino alle dita e all’inchiostro di una penna o, più modernamente, ai tasti di una diavoleria elettronica.

Questo blog nacque come raccoglitore senza anelli di pensieri sparsi, pretese di raccontare episodi di vita quotidiana simili a tanti altri, talvolta comici, talvolta meno. Fece un giro o forse due tra ricette e maldestre invenzioni culinarie, per accompagnare, infine, il tentativo di trovare un qualcosa di benchè minimamente positivo in tutto questo sfracassume del terremoto aquilano. Pangrattato perchè vita sbriciolata. Perchè di questa vita aquilana non restano che le briciole, e qualcuno si illude ancora di volerle raccogliere e farne nuovamente una pagnotta. Mentre bisognerebbe impastare acqua lievito e farina tutto da capo e poi sperare che non venga fuori un pastruglio colloso e immangiabile. Perchè gli ingredienti son quelli , ma il pane dorato e croccante mica viene sempre. Viene se sai come mescolare gli ingredienti con sapienza e amore.

Amore.

Se non c’è amore in quello che si fa, sia esso il lavoro o una pagnotta di acqua farina e lievito, le cose non riescono. Le cose muoiono. Le idee non si fanno acchiappare.

Per cui vorrei raccontarvi di quei palazzi verniciati di fresco ma vuoti, di quelle case poco distanti da essi e ancora frantumate, delle strade groviera , delle strade chiuse, di quelle aperte e ingolfate di smog e macchine incolonnate. Della puzza di chiuso nelle gallerie commerciali il sabato pomeriggio e dell’aria fresca e fina di Campo Imperatore. Dell’odore di muffa camminando tra i vicoli stretti del Centro mortalmente Storico, delle pozzanghere, dei sanpietrini divelti dai camion e dalle ruspe, dei portoncini sfondati e richiusi con le catene e i lucchetti. Dei panni stesi da sei anni, che ormai hanno perso ogni colore.

Non cerco scuse, per non aver ancora raccontato tutto questo ( che poi in fondo lo racconto a me, per non dimenticare). Solo che è difficile afferrare le idee e addomesticarle quando si vorrebbe scappare via.

Fuori, stasera, c’è vento. Anche dentro.

Oggi


Camminare da sola. Mi piace. Sto in silenzio, certe volte riesco perfino a non pensare a nulla. Avete presente quando ci si mette il mascara? Ecco. Oppure quando si fissa un foglio bianco. Mi lascio condurre dai passi, svoltando qua oppure là, sul momento. L’Aquila ci sta regalando deliziose giornate che ricordano l’ottobrata romanesca ed è un vero peccato sprecarle a girare in macchina. Oggi i passi mi hanno portato verso un pezzetto di città che tornerà, un domani. La salita ripida di Costa Masciarelli, quella più stretta di Costa Picenze. La cornice imponente di porta Bazzano. Le pietre annerite dell’ex Ospedale di S. Matteo Dei Bastardi, dove centinaia di anni fa erano custodite le aquile prima di portarle in centro. Nella piazzetta che apre Via Fortebraccio, si ascolta solo il rumore dell’acqua dalla fontana nel muro.
Tornerà. Tutto questo tornerà.

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L’Aquila Silenziosa – Mostra Fotografica di Marco Equizi. Mu.Sp.A.C.


Il Mu.Sp.A.C. ( museo sperimentale per le arti contemporanee) si trova in un MUSP. Pare un gioco di parole, invece è solo il nuovo lessico aquilano che comprende termini nuovi e ricorrenti: musp, map, c.a.s.e.
Una città scomposta in moduli provvisori, mescolati come le palline della tombola.
Per cui non sono affatto stupita di ritrovarmi a percorrere una strada brecciata piena di pozzanghere per raggiungere la mostra fotografica che ho deciso di visitare oggi. Anche le strade sono precarie, così come gli edifici.
Oggi, è una giornata strana. Verrebbe voglia di chiudersi in casa e risparmiarsi i ricordi che si leggono negli occhi di chiunque si incontri.
Invece eccomi qui: so già che avvertiro’ l’assenza, che il silenzio sarà palpabile, sbattuto su una carta pregiata e lucida, fino al punto da colarne via ed entrarmi negli occhi.
Mi aspetto di vedere l’anima di L’Aquila in queste foto e Marco Equizi, avvocato con la passione per la fotografia, non delude.
La disposizione è semplice ed ordinata, suddivisa in zone e con l’indicazione, accanto ad ogni foto, del luogo cui si riferisce e del Quarto di appartenenza. Note utilissime: molti scorci, non più frequentati da anni, sono come scomparsi dalla mente che si rifiuta quasi di associare il ricordo della vita ad una strada silenziosa e vuota.
Bianco e nero, luce naturale, il che, tecnicamente, dovrebbe voler dire pazienza e lunghi tempi di esposizione.
Bianco e nero, luce ( della luna, dei lampioni, delle lampade dei cantieri) che taglia le immagini formando prospettive e fughe.
Nessuna foto è piatta. In ogni scatto l’occhio trova la strada per guardare oltre, proseguire, sorpassando la fontana circondata di pietre sparse a Piazza Fontesecco o il ripido sdrucciolo di via Crispomonti o ancora lo slargo di Piazza Machilone.
Lo sguardo è spinto, oltre.
Quella che a prima vista sembra immobilità, si trasforma nel respiro di una città, ferita e dilaniata ma non ancora morta.
Mi coglie un senso di attesa, l’assenza di movimenti è sostituita da una sensazione di tempo sospeso. Proprio ” come il fotogramma di un Home Video bloccato in pausa fino a quando lo spettatore non si deciderà a premere di nuovo il tasto Play”.
Avrei bisogno di silenzio per scrutare meglio ogni scatto: la sala invece è, giustamente, piena e l’autore si muove tra i visitatori fornendo spiegazioni e dettagli tecnici.
Mantiene il suo aplomb di avvocato ma è difficile non far trapelare un filo di emozione e soddisfazione.
Intanto, l’anima di L’Aquila e il suo respiro sono appesi alle pareti provvisorie di un edificio provvisorio, come tanti. Ognuno di noi visitatori, volente o nolente, uscendo ne ha portato un soffio con sé.
Bravo Marco. Perché, a dispetto di tutto, non sono foto tristi: malinconiche ma con un battito di speranza.

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#intermezzo di abbattimento.


Quando avranno finito di buttarlo giu’ , tirerò un grosso respiro di sollievo. Da più di 4 anni , ogni mattina mi ha salutato con il suo ghigno e la sua desolazione, mentre alzavo la saracinesca del negozio.
A non rivederci.

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#intermezzo agitato


il brutto della modernità tecnologica è che se scrivi e cancelli e poi riscrivi, non resta che l’ultima parte . Le cancellature ,le frasi scombinate o banali , più banali che scombinate a dirla tutta, abbandonano la bellavista in cima al foglio, piuttosto che in mezzo o di lato, per essere divorate dal cursore lampeggiante di uno schermo.
Questo, per dire che mi è difficile, stasera, trovare parole e sensi adatti, che non abbiano parvenza di maionese impazzita . Quando Egli torna a farsi sentire ( da me, perché in realtà molti altri lo salutano di frequente) immancabilmente di notte, immancabilmente al termine di una giornata in cui ti sei detta “ok. Ce la posso fare. Ok. Pensiamo positivo. ” Ecco. Il mio cervello fa tilt. Non capisco dove sono, cosa faccio, perché minchia sto ancora qui, in una città semovente e agonizzante, perché la mia casa deve avere una torcia e una coperta, in ogni angolo , da afferrare al volo all’occorrenza. Il mio cervello, dal 6 aprile 2009, ha rimosso dal registro dei suoni il rumore del boato che precede una scossa. Io quel rumore non lo sento più: anche se altre 100 persone accanto a me lo sentono distintamente, io avverto una sensazione di sordità momentanea che ovatta ogni cosa.. Mi difendo, come posso, da Lui. Salvo poi, piangerci su. È pesante . Considerare la vita con un ” prima di ” e un ” dopo di “.
Non è propriamente come la scoperta dell’America che divide l’età medievale da quella moderna. Nemmeno come le foto di un taglio di capelli. Il prima e dopo presuppongono un qualche miglioramento di una condizione esistente. Qui invece, non si fa che peggiorare. Gli umori, il sonno , gli incubi, e la sveglia dentro la testa che ti fa aprire gli occhi sempre intorno a quello stesso orario.. Così scopri che in tv , di notte, non c’è un gran che da guardare.
Pesantezza.
Mi sento come una bustina di the lasciata troppo in ammollo.

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